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24 aprile 2015

Il mio Juve-Real

Quella sera del 14 maggio ero in Nord, come sempre.
Arrivai allo stadio prestissimo, credo poco prima delle 19.
C'era ancora il sole alto, l'odore dell'erba tagliata e bagnata da poco.
Si stava benissimo, come si sta in quelle sere di primavera appena inoltrata che sanno già un po' d'estate.
Quelle sere che, nel calcio, significano partite che contano. Partite che giocano quelli che sono arrivati in fondo e che hanno una storia tutta loro.
Io non vedevo l'ora che si iniziasse a giocare, ma ricordo benissimo che mi son goduto l'attesa del calcio d'inizio secondo per secondo. Seduto sul mio seggiolino, guardandomi intorno, chiaccherando con gli amici che erano con me.
Vedemmo il Delle Alpi riempirsi pian piano, così come pian piano saliva la nostra tensione.
Arrivarono i tifosi del Real, tantissimi e tutti caldi come il fuoco.
Verso le 20 entrò in campo la Juve, per il riscaldamento. Alla spicciolata, con concentrazione ma anche leggerezza. Ad accogliere i nostri, un boato pazzesco e un urlo solo: "Juve, Juve, Juve!".
Poco dopo, mentre tutto lo stadio stava ancora cantando, entrò il Real. Tutti insieme, tutti bianchi, carichissimi. Giuro, per un paio di secondi scese il gelo. Un gelo rotto subito dai nostri fischi e dalle urla dei tifosi madridisti. Erano tutti lì. Erano i galactios. Facevano paura. Hierro, Raul, Figo, Ronaldo, Morientes, Roberto Carlos, Guti, Cambiasso.
E poi Zinedine Zidane. Il nostro, Zinedine Zidane.
Pochi minuti dopo la partita iniziò, e sapete tutti come andò a finire.
I gol sotto la Nord di quei DelPieroTrezeguet che sembra quasi il nome di un giocatore solo per quante volte son finiti insieme sul tabellino. Un rigore pazzesco parato da Buffon, ancora sotto di noi. E poi l'apoteosi Nedved. Una stagione stellare che in 10' toccò il suo punto più alto e poi quello più basso. Un gol pazzesco da fuori area e quel giallo che gli precluse la finale e che, di fatto, sancì la nostra sconfitta in quella Champions dominata. Era la nostra certezza. Quell'anno con lui si vinceva, senza di lui non c'era nulla da fare. E infatti a Manchester, non ci fu nulla da fare.
Quel Juve-Real 3-1 (che si deve leggere tutto di un fiato) è stata l'ultima semifiinale di Champions della Juve e probabilmente una delle partite più belle della sua lunga storia.
Non credo che questa semifinale finirà così. Anzi, credo che dobbiamo viverla per quello che è. Una partita importante contro una squadra fortissima.
Bisogna crederci ma non illudersi.
La bellezza starà però in quel clima di attesa, di tensione, di voglia di giocare. Starà nel sole che va via mentre lo stadio si riempie e nell'odore dell'erba appena tagliata. Starà nella gioia di vivere di nuovo da protagonisti un momento di grande sport.
   





25 marzo 2015

1992: una riflessione

Ieri sera ho visto i primi due episodi di "1992", la serie di Sky dedicata a Tangentopoli. Il taglio che è stato dato è molto spettacolare e in alcuni tratti un po' sopra le righe (è una fiction del resto). Una sorta di "grande bellezza" senza lustrini, paillettes e champagne.
Emerge però una cosa, forse per la prima volta in maniera così evidente. Che se il sistema era malato, e lo era, la colpa era di tutti. Dei corrotti innanzitutto, che non hanno servito la Repubblica "con disciplina e onore", come recita la Costituzione. Dei corruttori, che hanno creduto non nel loro lavoro ma nel loro arricchimento, investendo in tangenti invece che nelle loro aziende mandandole all'aria.
Di un Paese, il nostro, molto cattivo e molto spregiudicato a cui, in fondo, andava bene così. Come scrive Feltri in un pezzo molto bello, uscito ieri: "non è la storia di Mani pulite ma la storia di Tangentopoli, e cioè non è la storia del drappello di pm bensì la storia di come eravamo, noi abitanti della città delle mazzette".
La prima fiction su quegli anni, che io ricordo a malapena come un rumore di fondo nel tg della sera, mentre mangiavamo cena, mi fa riflettere su due cose: la prima è che, passati più di vent'anni, quei mesi così intensi si stanno storicizzando. C'è quindi la possibilità di iniziare a riflettere su quello che è accaduto con un po' meno pathos, un po' più di distacco e di oggettività, comprendendo cosa è successo ma soprattutto, e qui la seconda riflessione, cosa ha generato la caduta della Prima Repubblica: non la rinvicita dei giusti, ma l'assalto alla diligenza da parte dei peggio burocrati, politici, affaristi e feccendieri, incarnati e degnamente rappresentati da un uomo solo.   

16 gennaio 2015

Avercene, di Vanessa e Greta

La cosa più stomachevole di tutte le bestialità che sto leggendo sulla liberazione di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli riguarda il presunto costo del presunto riscatto che presumibilmente l'Italia avrebbe pagato.
Mi hanno insegnato che la vita non ha prezzo e per questo trovo l'argomento dello spreco del denaro pubblico spregevole.
Quelli che utilizzano questo argomento poi, sono spesso gli stessi che sfrangono i maroni sui diritti civili (fine vita, matrimoni e adozioni per coppie omosessuali, pillola del giorno dopo, ecc, ecc) con l'unica motivazione che "la vita è sacra".
Mettetevi d'accordo con voi stessi.
Temo però che il problema sia un altro. E cioè che Vanessa e Greta sono donne, giovani e magari anche un po' troppo di sinistra.
Per questo, in questo Paese, molti pensano che "se la son cercata".
Son state imprudenti? Può essere. Non so, non conosco i dettagli della vicenda, come del resto il 95% delle persone che sputa sentenze. Resta il fatto che queste due ragazze han deciso di dedicare del tempo e delle energie per gli altri e per un mondo un po' più giusto e un po' meno schifoso.
Avercene.
  

8 gennaio 2015

Un pensiero su Parigi

Qualche giorno fa ho letto questa bellissima intervista ad Emma Bonino, che ci racconta un mondo, quello musulmano, a noi praticamente sconosciuto anche se vicinissimo. Ci racconta delle sue diversità, delle divisioni, delle difficoltà che attraversa un mondo che noi immaginiamo tutto uguale e che invece, come tutti i mondi, ha le sue dinamiche e le sue tante complessità.
Ieri poi, seguendo i fatti di Parigi, mi è capitato sott'occhio questo pezzo su ilPost.it su Charlie Hebdo: "Il New York Times, in un articolo pubblicato nel 2011, lo aveva definito «adorato da molti, insultato da alcuni, ritenuto offensivo praticamente da tutti». BBC ha spiegato che Charlie Hebdo è l’ultima delle riviste di una tradizione «che unisce la militanza di estrema sinistra a una scurrilità provocatoria che spesso sconfina nell’oscenità»".
Posso dire? Sono d'accordo con loro. 
Non credo di essere la persona più religiosa del mondo, ma mi rendo conto che è un argomento intimo, profondo, sentito. Per milioni di persone nel mondo è un tratto identitario. Pensare di potersi permettere qualsiasi cosa, anche l'insulto, in nome della plularità di vedute lo trovo non solo stupido, ma pericoloso.

Lo vedo ogni giorno sui social media, dove nel nome del "dico quello che voglio", è sempre più raro trovare ragionamenti degni di questo nome. Al contrario, abbondano valanghe di insulti verbali, immagini vergognose e ogni tanto anche minacce. Il diritto di espressione non c'entra nulla, c'entra il fatto che mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro. A prescindere.
Oggi però, di fronte a quello che è successo, l'unica domanda che uno si deve fare è in che mondo vuol vivere. Se in un mondo dove anche la libertà può sconfinare nella cretineria, o in un mondo dove chi non la pensa come te rischia la vita. 
Io non ho dubbi, scelgo il primo. Preferisco ancora le matite ai fucili.      
Quei pazzi si meritano il peggio che la legge francese (la legge! Non la piazza o la pancia) prevede. Devono pagare non solo per aver ucciso, ma anche per aver reso il nostro mondo un posto meno sicuro e più intollerante in cui vivere. Perchè il problema che ci troveremo ad affrontare è questo qui. I colpi di fucile di ieri non solo hanno ucciso 12 persone, ma rischiano di mandare in soffitta i ragionamenti fatti da Bonino e il lavoro di centinaia di migliaia di persone in tutta Europa per costruire una nuova idea di comunità multietnica. Rischiano di minare ulteriormente un continente in profonda crisi non solo economica, ma anche sociale, culturale e identitaria. 
Basta farsi un giro sulla rete per leggere commenti tipo "bruciamoli tutti, bombardiamoli, musulmani terroristi", ecc, ecc. Per esempio oggi Libero titola in prima pagina "Questo è l'Islam!". Così, per ricordarci che la carta si può sprecare in tanti modi. A rendere evidente la stupidità di questa semplificazione è la notizia che uno dei due poliziotti trucidati si chiamava Ahmed.
Ecco, se pensassimo che quei criminali siano lo specchio fedele di tutto un mondo, faremo loro un grandissimo regalo. Se passasse questa linea avrebbero vinto i cattivi, quelli col fucile. Ci ricorderemo dei loro volti e dei loro nomi, non di quelli che "imbracciavano" una matita. 

Ora, in mezzo a tutto questo pessimismo, mi rincuorano le parole di Giovani Musulmani d'Italia, che in un comunicato scrivono cose sagge: "Come Giovani Musulmani d'Italia condanniamo fermamente ogni azione di violenza verso civili e persone inermi, in quanto espressione di inciviltà e degrado. Dio ha degnato l'essere umano con la parola ed il pensiero, e sono questi i migliori strumenti per discutere e reagire a qualsiasi avvenimento. I principi Islamici contengono i migliori insegnamenti di rispetto verso l'altrui integrità e soprattutto verso la vita: un dono che noi umani non diamo ne togliamo ai nostri simili. Gli attentati svolti a nome della religione sono da ritenere azioni individuali, lontane dall'etica pacifica di ogni Religione".  
Paradossalmente, abbiamo di fronte a noi una grande opportunità. Dimostrare che l'Europa è ancora (e per davvero) il luogo migliore dove coltivare il proprio futuro. Un luogo libero, aperto, accogliente. Che non si fa spaventare da dei criminali ma che si fa forza dei principi solidissimi su cui ha costruito il suo successo in questi ultimi settant'anni, rivendicandoli e rilanciandoli. Un posto dove la paura dopo un po' passa, lasciando spazio alla speranza.
Chiudo consigliandovi questo pezzo del 2010, con le parole dell'ex sindaco di New York, difendendo la sua scelta di costruire una moschea nella zona in ricostruzione del World Trade Center.
"Tradiremmo i nostri valori – consegnandoci nelle mani dei nostri nemici – se trattassimo i musulmani diversamente da chiunque altro. Rifugiarci nei nostri umori più grezzi sarebbe dare una vittoria ai terroristi, e non dovremmo permettercelo".
















2 dicembre 2014

I primi effetti degli 80 euro

Vi racconto una cosa.
Prima, un po' di cronistoria.
Ad aprile il Governo vara la famosa norma che porta in busta paga il famoso bonus fiscale crescente.
I famosi 80 euro "di Renzi".
Una riforma che, per essere strutturale, ha bisogno di 9,5 miliardi di euro.
Il 18 ottobre il Governo presenta la manovra economica (presentato...ha mandato delle slides) annunciando, tra le altre cose, che nel 2015 sono previsti tagli alle tasse per 18 miliardi di euro.  
Quindi per gli italiani ci saranno 9,5 miliardi di euro in più e 18 miliardi di euro in meno.
Bene no?
No.
Perchè a settembre il Governo ha tagliato ai comuni i trasferimenti mentre venerdì, a due giorni dalla chiusura dei bilanci comunali (DUE GIORNI!) ha fatto uscire una norma che ridefinisce l'IMU sui terreni agricoli che sballa totalmente i bilanci dei piccoli comuni, specialmente quelli montani o collinari.
Parlando di Condove (4800 abitanti circa), i soldi tagliati a settembre furono 40.000 euro, mentre quelli tagliati venerdì 59.000. Tagliati il venerdì sera quando il termine ultimo per l'assestmaneto dei bilanci era fissato a domenica.
Soldi questi che i Comuni (cioè io, i miei compagni di giunta e di maggiroanza e gli uffici) dovremmo andare a chiedere ai cittadini entro il 16 dicembre!
Capite il meccanismo? Roma introduce una tassa che fa riscuotere ai Comuni, data limite, 16 dicembre. Visto però che sa già che in pochissimi pagheranno (non ci sonoi tempi materiali per organizzare questa cosa), fa che tagliare i trasferimenti. Cosi Roma comunque i soldi li vede, a noi rimangono le incazzature dei cittadini e un bilancio (già apporvato) da rifare.       
E' una vigliaccata.
Una vigliaccata firmata Matteo Renzi e Graziano Delrio, due che hanno iniziato a fare poltica facendo i sindaci.
Vi chiedo una cosa sola: fermatevi!
A forza di correre qui il verso è cambiato così tanto che sembra tutto uguale a prima.
 
  

24 novembre 2014

Io #stosereno. Tu #cambiaverso.



Parto dall’unico dato che mi sembra condiviso da tutti.
L’affluenza al voto in Emilia Romagna non è più classificabile come “un campanello dall’allarme”. È qualcosa di molto di più.
È una cosa che nel nostro Paese non credo sia mai successa e che, a mio modo di vedere, avvicina la nostra democrazia a quella statunitense. One man show più comitati elettorali al posto dei partiti uguale affluenza bassa, bassissima. Da questo punto di vista il dato emiliano è il risultato di un percorso in atto da tempo e che il botto di Grillo alle politiche del 2013 aveva solo ritardato. Se poi sia anche l’inizio della parabola discendente di Renzi, è una cosa che non credo sia ancora dato a sapersi.
Dentro a questo ci sono un po’ di cose da leggere con attenzione, partendo dall’eccezionalità della situazione emiliana.
Quelle di ieri erano elezioni anticipate (anche in Calabria) perché a luglio il presidente Errani si era dimesso.
In un contesto del genere quindi uno si aspetta che i partiti all’opposizione facciano il botto.
Bene, c’è una fetta, non gigante ma significativa, di elettori di destra che a sto giro ha premiato Salvini e la sua strategia movimentista/antitutto.
Per il resto, l’M5S passa da oltre 400.000 voti a poco meno di 160.000, il raggruppamento alla sinistra del Pd recupera sì e no 50.000 voti.
Gli unici a guadagnarci sono i leghisti, che raddoppiano i voti passando da 115.000 a 230.000 voti.
Questa situazione mi fa pensare che la stragrande maggioranza di quelli che pensano che il Pd abbia amministrato male l’Emilia, o che banalmente ce l’hanno con Renzi, piuttosto che votare le liste grilline o quelle alla sinistra del Pd sono rimaste a casa. E  fossi in loro mi farei delle domande molto serie
In questa debacle voglio vedere anche un dato positivo. E cioè spero che questi numeri frenino le frenesie scissioniste all’interno del Pd. Noi non siamo messi benissimo, ma altrove son messi peggio. E anche l’idea di fare una “nuova cosa” per rappresentare chi non va a votare mi sembra molto accademica. L’offerta politica c’è ed è ampia. Evidentemente sono i contenuti che latitano.
C’è poi l’unico soggetto politico strutturato che è rimasto in Italia, il Pd, che nel giro di sei-mesi-sei perde 700.000 voti.
Credo che le ragioni siano tante. Votare due volte all’anno non aiuta la partecipazione, riproporsi dopo una serie di scandali neppure, la vicenda delle primarie aveva già mandato dei segnali preoccupanti. E poi, nonostante i tweet di Renzi, c’è un problema più ampio. Perché il Partito della Nazione in questi sei mesi non è diventato quel soggetto politico inclusivo e plurale di cui parlava tempo fa Reichlin, ma una nave senza capitano sulla quale stanno provando a salire tutti. Un capolavoro di gattopardismo che magari vince anche, a patto che in molti stiano a casa.   
Sempre meno persone guardano con fiducia alla politica. La maggioranza di quelli che lo fanno guardano (ancora) al Pd.  
Fossi nel segretario-premier-uomoovunque mi fermerei un attimo e proverei a fare il punto della situazione, che ahilui non credo possa essere contenuto in 140 battute. Fossi in lui la pianterei lì con questa annuncite e proverei a portare a casa almeno un paio delle mille cose messe in pista e poi dimenticate tra una commissione o un voto alla Camera o al Senato. Magari la smetterei anche di dire che gli enti locali sono degli spreconi, che non servono a nulla e che sarebbe il caso di chiuderli, perché poi i risultati sono (anche) questi qui.           
Io continuo a #starsereno.
Fossi in lui però, inizierei a #cambiareverso.
Questa volta sul serio però.

11 novembre 2014

Due giorni a Bruxelles

Domani e dopo domani saranno due giorni molto intensi e importanti.
Insieme ad altri amici, compagni e amministratori, saremo ospiti a Bruxelles di Daniele Viotti, Elly Schlein e Renata Briano. Due giorni dedicati all'Unione Europea, per capire come funziona, quali sono gli argomenti su cui è incentrato l'attuale dibattito politico, quale aiuto può dare l'UE all'Italia e ai nostri territori in questo momento di crisi economica, sociale, culturale.
Dalle politiche per i giovani a quelle per l'immigrazione, dai trasferimenti che l'Italia usa pochissimo e malissimo ai progetti per l'occupazione finanziabili con i fondi FESR.
Ci sarà tanto da fare e da capire.
Non vedo l'ora.       

27 ottobre 2014

Un week end un po' pesante

Ho seguito con parecchio distacco il debry Leopolda-Piazza San Giovanni.
Ho trovato entrambi i momenti molto strumentali, molto costruiti, tutto sommato abbastanza fini a se stessi.
Perchè su riforma del mercato del lavoro, sul mondo del lavoro e sul ruolo del sindacato hanno ragione Renzi, Di Vico oggi su Il Corriere e il solito pungente Enrico Sola.
Perchè le vere sciagure di questo mercato del lavoro sono sia dei contratti al limite dello sfruttamento, sia la struttura stessa del mercato del lavoro. Rigida, immobile, incapace di essere inclusiva quando serve e allo stesso tempo di ricollocare e di garantire protezioni quando le esigenze cambiano.
Perchè la corsa al posto fisso e alle sue tutele ha garantito la generazione precedente, ma sta massacrando la mia e, in tempi di crisi devastante come quelli di questi anni, ha innescato una guerra tra poveri che ha aumentato le inefficienze, ha bloccato possibili reazioni (industriali, economiche, finanziarie) a questo stato di cose ma soprattutto ha creato nell'immaginario collettivo una frattura devastante.
Chi ha un lavoro che gli garantisce dei diritti (DI-RIT-TI) è un privilegiato. E i diritti sono diventati un privilegio.E questo perchè, banalmente, chi usufruisce di questi diritti è ormai la minoranza di chi lavora.
Quando la CGIL dice di dover allargare i diritti, un paio di domande su questa status quo se le dovrebbe fare. Perchè se non ha convinto ad iscriversi al sindacato manco uno come me, abbastanza politicizzato e sensibile a quello che mi capita intorno, forse un problema di rappresentanzione della realtà ce l'ha.
A questo gigantesco caos bisogna metter mano, cosa che il governo sta provando a fare.
E qui, per me, casca Renzi.
Perchè ridurre il dibattito su questo tema come un perenne scontro tra vecchi e nuovi, tra gufi e rivoluzionari, tra chi blocca il paese e chi lo vuole cambiare, semplicemente non serve a nulla e inizia a dare anche un po' fastidio.
Soprattutto quando, a voler fare i precisini, nella legge delega su cui il governo ha chiesto la fiducia (la fiducia su una legge delega...) non c'è scritto praticamente nulla (NULLA!) del percorso politico di questo riforma del mercato del lavoro.
E non basta salire su un palco e urlare "basta ai co.co.pro e sì al contratto unico!" se poi non mi spieghi  (e ormai è un mesetto buono...) come intendi procedere e dove mi trovi le coperture per questa riforma.
Perchè allora mi viene il sospetto che ci troviamo di fronte ad un bluff.
L'ennesimo bluff. Che secondo me è mirato ad andare al voto anticipato.
Una strategia che di rottamatrice non ha proprio nulla, anzi.

Un sacco di miei amici hanno partecipato o alla Leopolda, o alla manifestazione in piazza San Giovanni.
A loro mi sento di chiedere questo. Proviamo a mettere un attimo da parte l'orgoglio identitario e proviamo a perseguire un obiettivo comune. Incalzate (-amo) il governo affinchè non getti nel calderone degli slogan e degli hashtag questa opportunità storica di ammodernare il nostro mercato del lavoro.
Adesso che possiamo essere noi a decidere, facciamolo.  
 
                 
   

21 ottobre 2014

Qui cambia tutto

Nella direzione nazionale di lunedì, Matteo Renzi ha parlato per la prima volta di una prospettiva politica che già da qualche giorno aveva trovato spazio nei media. Semplificando, un ipotetico Partito della Nazione (che è una definizione che trovo orribile).
Un soggetto largo ma definito ("da Romano a Migliore" ha detto Renzi), un partito per uscire definitivamente da questa lunga agonia della seconda Repubblica e aprire una fase nuova, i cui contorni e le cui prospettive sono ancora incerte, più per il contesto economico e internazionale che non per volontà del premier.
Ieri sera poi ho sentito Migliore dire che lui e i deputati che insieme a lui qualche mese fa hanno lasciato Sel, oggi si iscriveranno al gruppo del Pd, per "partecipare fino in fondo al cambiamento messo in moto dal Pd di Matteo Renzi, “forza nella quale si possono esprimere i valori e anche i contenuti di una sinistra autenticamente di governo, che è quello che vogliamo fare noi”.
Ora, io non so come andrà a finire questa storia. So però come è iniziata. Banalmente, perchè l'ho vissuta praticamente dall'inizio.
Sentendo le parole di Migliore e leggendo le aperture di Romano, mi è tornata in mente un'iniziativa del 2009 che in pochi seguirono ma che, oggi, si rivela per quello che fu. Il primo vagito del nuvo Pd. Del vero, Pd. Si trovarono a Piombino, Romano, Serracchiani, Scalfarotto, Concia, Sofri, Civati e altri ancora. Si discusse tantissimo, di politica, di politiche, di strategie. Si parlò anche di un tema troppo spesso evaso nella storia recente della sinistra: la leadership. Romano stesso scrisse un pezzo stupendo (me lo ricordo ancora oggi) intitolato "Ho visto il futuro leader del Pd" dove raccontò quei tre giorni e le speranze che aveva intravisto. Il futuro/attuale leader del Pd c'era a Piombino. Arrivò dopo e andò via prima, ma faceva parte anche lui di quella nascente classe politica che sognava un Pd aperto, largo, liberal all'americana, attento ai diritti civili e determinato a metter mano ad un mondo del lavoro imballato.
Quel gruppo in questi cinque anni ha fatto molte cose.
E nel mio piccolo mi onoro di aver dato il mio contributo e il mio sostegno.
Ha lavorato sui territori, ha creato reti, ha mobilitato giovani su campagne specifiche: dalla banda larga alla cittadinanza per i bambini nati in Italia da genitori stranieri. Dalle primarie per i parlamentari all'istituzione dei matrimoni anche per gli omosessuali. Dal testamento biologico al contratto unico.
Avevamo un limite. Enorme. Non avevamo un leader.
Avevamo una nave, una rotta, un buon equipaggio ma non un comandante. Avevamo anche un buon vento, magari senza saperlo, ma non avevamo chi sapeva coglierlo.                       
Ci provammo con Ivan (Scalfarotto) alle europee del 2009 e con Marino al congresso dello stesso anno. Male in entrambi i casi.
Poi capitò la Leopolda. La prima. E l'ancora del cambiamento fu levata definitivamente. E la nave del Pd, lentamente, iniziò a prendere il largo.
Quello che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti. Così come quello che sta succedendo adesso. Renzi ha monopolizzato la scena politica, diventando punto di riferimento a 360°, per chi lo sostiene ma anche per chi lo osteggia.
Quello che però sta accadendo, al di là dei nomi dei protagonsti e delle sigle dei gruppi che rappresentano, segna un ulteriore passo in avanti.
Se si ha l'onestà intellettuale di scindere i fatti dai processi politici, a me sembra chiaro che quello che si sta mettendo in moto è proprio quel processo immaginato a Piombino, che aggrega le persone di una nuova generazione politica mandando in soffitta 20 anni di Berlusconi contro il resto del mondo, realizza (finalmente) il partito dell'Ulivo e non più un'accozzaglia di micro partiti e di micro leader pronti a farsi le scarpe, avvicina il Pd al Labour party inglese o al Partito Democratico americano, tenendo insieme anime diverse con una sensibilità comune. Quella dell'innovazione, dell'allargamento dei diritti, dell'ammodernamento della società.
Ora, è innegabile che non ci sia ancora nulla di certo e di definito, ma solo ammiccamenti e posizionamenti. E' altrettanto innegabile che stiamo arrivando a questa situazione per "annessione" e non per "convinzione", com'era auspicabile. E questo non credo sia un fattore positivo. Temo ci sia molta tattica in tutta questa operazione, ulteriore indizio che mi porta a credere che le elezioni politiche si stiano avvicinando a passi da gigante.
Credo inoltre che questo nuovo "ipotetico" Pd dovrà fare i conti con quello che il governo riuscirà a produrre in questi mesi (i fatti di cui sopra...), e ad oggi mi sembra che non siamo proprio messi benissimo. Tanti slogan, tanta chiacchiera, misure che non han sortito l'effetto desiderato, troppe incertezze sul tema dei diritti, un riforma del mercato del lavoro che è ancora una pagina bianca su cui il governo ha chiesto la fiducia.
Questi fatti pesano, e peseranno. Ma sul lungo periodo il processo politico che si sta concretizzando è destinato a cambiare, e di parecchio, lo scenario politico e credo anche il nostro Paese. Ed è quasi paradossale che Renzi, che probabilmente è quello che in questa cosa ci ha creduto di meno, ora sia il protagonista assoluto, mentre uno come il mio amico Civati, che ha dato tutto per questa prospettiva, si trova ora in difficoltà. Intendiamoci, fa bene Pippo a mettere i puntini sulle "i" sulle misure che spesso frettolosamente il governo manda in aula, ma è innegabile che il clima da "gufi", "professoroni", "ce ne faremo una ragione" di sicuro non aiuta.  
Vedremo cosa capiterà in queste settimane, possibilmente partecipando attivamente a tutti questi cambiamenti.
Perchè starne fuori sarebbe una stupidaggine imperdonabile.   
 

8 settembre 2014

A costo di essere politically uncorrect

Una vita spezzata a 17 anni è una cosa che non dovrebbe succedere mai.
Spezzata da un colpo di pistola poi, lascia senza parole.
Ma personalmente mi lascia ancor di più senza parole l'accanimento mediatico contro un Carabiniere di 22 anni (cinque in più della vittima) che ora ha la vita segnata da una tragedia più grossa di lui.
Mi lascia senza parole, anzi, mi fa schifo, che in una città dove la criminalità organizzata la fa da padrona, un intero quartiere si solleva, assaltando le auto delle forze dell'ordine, senza che nessuno conosca ancora a fondo le dinamiche di questa sparatoria. Sarebbe bello vedere le stesse scene quando i proiettili uccidono allo stesso modo, ma le pistole che sparano sono quelle della camorra.
Mi piacerebbe che il sindaco di questa città telefonasse anche alla famiglia del Carabiniere per augurarsi che la vicenda venga chiarita a fondo.
Senza reticenze, senza paura della verità, con la massima trasparenza possibile.
Tenendo sempre ben presente però che l'assurdità e la tragicità di questa vicenda nasce dall'assurdità e dalla tragicità di una città dove capita che si vada in tre su un motorino, senza casco, senza rispettare un blocco imposto dalle forze dell'ordine perchè uno dei passeggeri dovrebbe essere agli arresti domiciliari.
Mi piacerebbe anche che, per una volta, vicende come queste fossero affrontate partendo dai fatti (accertati e da accertare) e non dalle solite tifoserie.
Ma questo, evidentemente, è chiedere troppo.   

31 agosto 2014

Benvenuto Fausto



Venerdì sera, 29 agosto 2014, a Todi, Fausto Bertinotti, partecipando ad un’iniziativa pubblica ha dichiarato che “il comunismo ha fallito e che è stata la cultura liberale quella che più di tutte ha difeso i diritti dell’individuo”. Questa ammissione avviene alla fine di un ragionamento che parte dalla sua giovinezza, dagli ideali che lo hanno animato, dalla “lotta per l’uguaglianza per gli uomini falsificata dall’Unione Sovietica. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica, e che bisognava attendere il 1956 o Praga!”.
Ovviamente queste parole stanno facendo il giro della rete.E il primo ricordo, per forza, va subito a quelle stagioni dell’Ulivo e dell’Unione che hanno visto Bertinotti e Prc fare da contraltare alla parte riformista della coalizione e a Romano Prodi. Stagioni che hanno suscitato grandi speranze e che sono finite (brevemente) tra ripicche, capricci, imboscate parlamentari, discussioni infinite sul nulla. Bertinotti oggi, (ripeto, oggi!) ammette quello che ai più era chiaro già da un po’ (infatti la sinistra da lui rappresentata non entra in Parlamento dal 2008).
Arriva un po’ tardino, se posso dire. Ma basta leggere la sua storia politica per capire che il buon Fausto e shiftato rispetto alla realtà di 15 anni buoni, sempre e comunque. Entra nel PCI nel 1972 (quasi dieci anni dopo la morte di Kennedy, a proposito di “liberal”) e si avvicina ad Ingrao in opposizione a Berlinguer (sì, sì, quello stesso Berlinguer che adesso campeggia sulle locandine delle feste in rosso di mezza Italia…), nel 1992 non aderisce al Pds e poi, dal 1996 in poi, è al centro di tutte le vicende che ricordiamo bene.
Ora, ognuno fa le sue scelte e segue i suoi percorsi. È legittimo. Certo che se queste scelte e questi percorsi diventano punti di riferimento per una fetta considerevole della società, forse bisognerebbe essere un po’ meno “frivoli” e un po’ più certi di cosa si sta facendo. Soprattutto bisognerebbe rendersi conto che il modo in cui si portano avanti queste scelte e questi percorsi, non sono indifferenti rispetto all’esito delle battaglie che si portano avanti.
Mi viene in mente il social forum di Genova del 2001. Un momento rivelatore della crisi del capitalismo per come lo abbiamo conosciuto. Il primo momento rivelatore. Un’occasione che la politica, e in particolare la sinistra che una volta amava definirsi “radicale”, non ha saputo intercettare, analizzare e trasformare in proposta, lasciando che pochi violenti mandassero tutto in vacca.       
Il miglior biografo di Bertinotti a questo punto rimane Corrado Guzzanti, quando lo imitava dicendo che “al voto utile bisogna anteporre il voto dilettevole” o che “uno non deve andare contro la sua natura che è fare gli scherzi e rompere i coglioni”.
Ma a parte le battute, la cosa che più mi fa pensare di questa vicenda è che l’onesta intellettuale a scoppio ritardato di Bertinotti cozza proprio con il concetto stesso di sinistra, quello di cui lui molto sovente si è autoproclamato tenutario unico.
Perché la sinistra ha il compito, probabilmente un po’ ingenuo e onirico, di cambiare il mondo. Di immaginarne uno nuovo, diverso, futuro ma (si spera) prossimo. Arrivare sempre in ritardo, limitarsi a leggere il passato e cercare lì le chiavi di lettura del mondo di oggi (anzi, di ieri) è una cosa molto più di destra.
In ogni caso, benvenuto nel 2014 Fausto. Attendiamo per il 2030 una dichiarazione sugli 80 euro "che alla fine così schifo non facevano..."  

28 agosto 2014

Renziani nonostante Renzi

Oggi Menichini ci racconta cosa sta succedendo nel Pd emiliano in vista delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza della Regione.
"Il Pd emiliano sceglie tra renziani e renziani" scrive il direttore di Europa, tracciando il profilo dei due candidati Richetti e Bonaccini e facendo emergere i profili di due persone che sono arrivati a sostenere il premier con percorsi diversi e in momenti diversi. "Per vedere chi vincerà torneremo lì dove il rottamatore cominciò a tramutarsi in segretario. (...) Nella regione che sempre ha deciso le sorti della sinistra italiana. Sarà in Emilia Romagna che assisteremo alla prima conta interna del Pd 2.0".
Sono d'accordo fino ad un certo punto. 
Perchè se la competizione in Emilia è fatta con questo spirito, con questi protagonisti e con queste prospettive politiche, viva la competizione!
Mi piacerebbe che Menichini si facesse un giro a Torino, per vedere come funziona qui il Pd, chi sono e come si muovono i principali sostenitori del premier. Da Fassino a Gariglio per arrivare a Morri e Quagliotti. In mezzo, una pletora di assessori, consiglieri comunali, funzionari di partito, ecc. In molti casi riconvertiti al verbo renziano dopo l'esplosione del gruppo dirigente bersaniano, con una giravolta fatta con una non chalance da fare invidia a Roberto Bolle.
Gente che la pensa in maniera diversa su tutto e che si è fatta la guerra per anni, ma che oggi è pronta anche a farsi l'abbonamento alla Fiorentina se è necessario. 
Qui da noi, caro Menichini, ci sono tantissimi renziani che con Renzi e la sua carica di rinnovamento (che io trovo ahimè sempre più affievolita) non hanno proprio nulla a che fare. Gruppi organizzati che stanno insieme per spirito di sopravvivenza e che si fanno la guerra ad ogni occasione buona, cioè quando ci si deve candidare a qualcosa. 
E non è solo una questione di coerenza o di tempistica. Paradossalmente, anche io potrei essere annoverato tra i "renziani della prima ora" visto che sono stato uno dei pochi torinesi a parlare dal palco della prima Leopolda. E' questione che, in Emilia come in Piemonte come in tutto il resto d'Italia, il Pd prende il 41% per merito di Renzi e per assenza di avversari credibili. I protagonisti locali però, e soprattutto le pratiche politiche, sono sostanzialmente invariati.
E allora il punto non è "assistere alla prima conta interna del Pd 2.0", ma chiedersi se esiste un futuro per un partito che quasi non esiste più perchè ha deciso di affidarsi in toto al suo leader non per convinzione, ma solo perchè si è stufato di perdere. Un luogo dove si discute poco, non si decide quasi nulla (quello lo si fa coi caminetti), si fa pochissima formazione e selezione di classe dirigente. 
In queste condizioni, quando non ci sarà più Renzi o si riaffacceranno degli avversari, che ne sarà del nostro 41%? Ma soprattutto, quale sarà la nostra proposta?

 
 

15 agosto 2014

Domani ricomincia la Premier

Il campionato di calcio più ricco, seguito e soprattutto combattuto al mondo. 
Sì perchè se la scorsa stagione se la sono giocata fino alla penultima giornata Manchester City, Liverpool e Chelsea, quest'anno credo che a contendersi la coppa con la corona saranno almeno cinque/sei squadre.
Il City avrà il dovere di difendere il titolo, ma dubito ci riuscirà. La campagna acquisti praticamente non si è vista, Hart inizia a non essere più quella gran garanzia tra i pali mentre davanti i vari Dzeko, Aguero, Fernandinho, Nasri e Negredo sono collaudati ma forse un po' prevedibili. L'unica novità; l'arrivo di Frankie Lampard per sei mesi, cosa che ha fatto infuriare non poco i tifosi del Chelsea.
Il Liverpool l'anno scorso si è letteralmente mangiato il titolo, nonostante aver giocato a lungo il miglior calcio d'Inghilterra e aver avuto in rosa un certo Luis Suarez. Ecco, quest'anno l'uruguaiano (31 gol in 38 partite + una quindicina di assist) giocherà per il Barcellona, e credo che già questo dica molto. Degli oltre 90 milioni incassati ne son stati spesi 30 per Lallana, 25 per Lovren e 7 per Lambert (facendo ricco il Southampton visto che tutti e tre provengono dai Saints), un centrocampista, un difensore e un attaccante classe 1982. Insomma, il progetto sembra chiaro. Stagione di assestamento e di crescita, puntando tutto sui due fenomeni Sturridge e Sterling. Io farò il tifo per loro, ma credo che l'obiettivo più ragionevole sia entrare in Champions piuttosto che vincere il campionato.
Le favorite a mio avviso sono altre. E cioè, nell'ordine, Chelsea, Manchester United e Arsenal.
Ai blues piace vincere facile. Specialmente a Mourinho. Dopo l'abbuffata europea delle ultime due stagioni l'anno scorso i londinesi si sono persi per strada a fine stagione. Fuori dalla Champions in semifinale e fuori dai giochi Premier alla penultima giornata. Quest'anno però la rosa a disposizione dello Special One non ammette fallimenti. Courtois in porta, Filipe Luis dietro, Fabregas in mezzo al campo, Diego Costa e Drogba davanti. In più, i soliti Hazard, Oscar, William, Schurrle, Ramires, Torres, ecc, ecc. Insomma, a leggere i nomi non ci dovrebbe essere partita (al netto dei dubbi che ho su Diego Costa e su Fabregas, il primo sopravvalutato, il secondo in crisi), ma credo che il maestro di Mourinho, Luis Van Gaal, non sia salito all'Old Trafford per farsi una scampagnata. La rosa dello United non ha ricevuto scossoni significativi, a parte gli inserimenti di Shaw, Herrera e Anderson, ma il cambio di allenatore credo sarà decisivo. Con il tridente Van Persie-Welbeck-Rooney poi sognare è legittimo.
Occhio però anche all'Arsenal. I biancorossi hanno ritrovato fiducia e soprattutto una coppia Ozil-Cazorla che in mezzo al campo fa un po' quello che vuole. Se poi ci mettiamo anche il neo campione del mondo Podolski, l'acquisto dell'estate Alexis Sanchez, i due baby fenomeni Wilshire e Ramsey ma soprattutto il 3-0 con cui ha liquidato il City in Community Shield la dice lunga sulla fame dei gunners.
Oltre a queste cinque, occhio al Tottenham e all'Everton, che non vinceranno la Premier ma credo possano diventare degli "arbitri" molto severi in certi scontri diretti.
E niente. Fate come me. Divertitevi!

8 agosto 2014

L'informazione, il PIL, la (de)crescita, la politica e noi

Ieri sera mi sono riguardato un paio di puntate di The Newsroom, una serie tv americana dedicata al mondo dei media, di come vengono date (e spesso costruite) le notizie, del rapporto tra politica e informazione e delle scelte che ognuno di noi può fare per darsi i giusti strumenti per comprendere e soprattutto giudicare le cose che capitano. 
Ovviamente negli Usa The Newsroom ha avuto un grande successo e ha aperto dei dibattiti su tutti questi argomenti, qui da noi invece non si l'è filata nessuno. La serie inizia con il protagonista, anchorman di successo e repubblicano convinto, che ad un seminario in un'università parla così del suo paese: "Eravamo il più grande Paese del mondo. Lottavamo per ciò che era giusto (...) Dichiaravamo guerra all povertà, non ai poveri. Facevamo sacrifici e non ci battevamo il petto. Abbiamo costruito grandi cose, fatto avanzamenti tecnologici pazzeschi (...). Siamo arrivati alle stelle, abbiamo agito come uomini. Aspiravamo all'intelligenza. Non la sminuivano. (...) Il primo passo nel risolvere ogni problema, è riconoscere che ce n'è uno".
Sempre ieri Massimo Russo, direttore di Wired, ha scritto questo pezzo sui dati del Pil pubblicati due giorni fa che hanno certificato il ritorno dell'Italia in una fase recessiva.
Un pezzo a mio avviso eccessivamente critico nei confronti del governo, ma che per lo meno pone delle domande precise e che dà una lettura di quello che ci sta succedendo intorno, che non riguarda solo chi sta a Roma ma dovrebbe riguardare tutti noi.
Ma qual è il nesso tra una serie tv americana e un editoriale che parla di noi, dell'Italia?
Il nesso sta in queste parole: "Con il nostro comportamento, mostriamo ogni giorno – mentre siamo nel mezzo di una rivoluzione pari solo a quella del ’700 con la machina a vapore – di voler stare con quanti si stendevano per strada per non far passare i telai meccanici. Preferiamo  essere spazzati via dalla storia invece di cogliere le opportunità del cambiamento. (...) stiamo lì a grattarci la testa e a meravigliarci dello 0,2%. Una cosa è certa. Almeno abbiamo provato sulla nostra pelle che 10 anni di decrescita non sono per nulla “felici”. Ma ancora preferiamo puntare il dito – a  buon mercato – contro chi ha portato la Concordia sulle secche del Giglio. Invece di rimetterci in discussione e provare a raddrizzare un paese spiaggiato nella conservazione".


30 luglio 2014

Eravamo ragazzi ancora...



Questo week end inizia la Terza Route Nazionale dell’Agesci.
Dall’1 al 10 agosto, 30.000 ragazzi tra i 16 e i 21/22 anni faranno strada prima in 456 campi mobili in tutte la Regioni d’Italia, infine, dal 6 agosto, si troveranno a San Rossore, in Toscana, per discutere e scrivere la Carta del Coraggio, mettendo nero su bianco esperienze e azioni elaborate durante tutto quest’ultimo anno e nei 6 giorni di route mobile.
Coraggio di essere cittadini, coraggio di “lasciare il mondo un po’ migliore di quanto lo abbiamo trovato”, coraggio di mettersi in gioco e giocare la propria parte.
Voi vi chiederete. E perché ci racconti sta storia?
Perché quand’ero più ragazzo anche io ho partecipato ad eventi simili a questo e sono cose che ti cambiano dentro.
Perché anche Elena sarà una di quelle 30.000 persone e devo ammettere che la invidio parecchio.       
Perché è un evento straordinario e vorrei riflettere su questo.
La prima Route nazionale si tenne nel 1975, la seconda nel 1986. Periodi storici diversi ma molto importanti per il nostro Paese. Anni in cui si sentiva forte l’incertezza, lo smarrimento, ma anche la consapevolezza che una strada la si trova sempre.
Non credo quindi sia un caso, o un proforma, che l’Agesci abbia deciso di organizzare un evento del genere.
Credo che una delle più grandi e importanti organizzazioni giovanili del nostro Paese (me lo permettete? Probabilmente l’unica che fa formazione giovanile con metodo e prospettiva) si sia posta la domanda di come fare a dare una mano al nostro Paese a cambiare sul serio, a svoltare, a costruire strade e pensieri per domani. Di come mettere in moto un’energia e una voglia di futuro che è il motore di chiunque si sta preparando ad affrontare la vita, proprio come i ragazzi che parteciperanno alla Route.
In un momento così complicato, di cambiamento, era logico porsi queste domande e tentare di dare delle risposte.
Spero, anzi credo, che tra quei 30.000 giovani ci sia una fetta significativa della futura classe dirigente del nostro Paese, e ne sono felice.
La straordinarietà dell’evento è questa qui. E ditemi se è poco…
Se volete vedere come potrebbe essere l’Italia tra 20 o 30 anni, andate a San Rossore a vedere cosa viene fuori dalla Carta del Coraggio. Secondo me non vi sbaglierete di molto.
Come scrisse un giorno Andrea Sarubbi: “degli scout mi commuovono la dolcezza abbinata al rigore, l’idea che il gioco sia una cosa seria, i valori trasmessi con gioia, il senso di comunità intergenerazionale, il non lasciare indietro nessuno, la metafora del cammino”.
Di una cosa sono dispiaciuto, che fino ad oggi i media non si sono granché occupati di questo evento.
Per la serie, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.

Anche la Zona Valsusa parteciperà a quest’evento. Alcuni clan (tra cui quello di Condove) saranno ospitati da altri gruppi scout, altri invece ospiteranno e organizzeranno eventi in valle.
Venerdì mattina accompagnerò i ragazzi del Condove I alla partenza, per salutare Elena e tutti salutare loro e augurargli buona strada.
Io la butto lì. Sarebbe bello che al loro ritorno ci fosse un momento di valle dove tutti questi scout possano raccontarci cosa hanno fatto e come far sì che le loro proposte entrino “nell’agenda” di chi amministra il nostro territorio.
Sarebbe bello che siano loro, che è plausibile siano il futuro della valle, a darci una mano a realizzare il domani delle nostre comunità.

Per ora, buona strada ragazzi.