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7 giugno 2013

Rassegna stampa - Luna Nuova

Alla fine pare non sia successo niente di particolare. Ci chiariremo, ne parleremo, ecc, ecc.L'Amministrazione sceglie il low profile istituzionale. Abbiamo un sindaco e un vicesindaco che sembrano Fonzie: non riescono a pronunciare la parola "scusa".


3 giugno 2013

L'omofobia é arrivata a Condove

Sabato sera, durante le manifestazioni organizzate a Condove per commemorare la festa della Repubblica, il vicesindaco ha preso parola per un breve discorso ufficiale. Così come aveva già fatto durante l’orazione ufficiale del 25 aprile, quando aveva detto che anche i partigiani hanno commesso dei crimini durante la guerra di Resistenza, anche in quest’occasione il vicesindaco ha voluto dare una sua personale interpretazione su un tema molto attuale come i riconoscimenti dei diritti per gli omosessuali, chiedendosi “come può una società progredire se si nega un principio naturale, come il fatto che il matrimonio si fonda sull'unione tra uomo e donna?”.
L’articolo 29 della Costituzione, fondamento della Repubblica che abbiamo festeggiato proprio ieri, cita testualmente: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, non limitando espressamente l’istituto del matrimonio a persone di sesso diverso. Una disposizione neutra, scritta in anni lontani da quelli che viviamo e in un contesto sociale profondamente diverso. Una frase che tiene aperta la porta dell’inclusione e della piena cittadinanza per tutti gli italiani quale che sia il loro l’orientamento sessuale. Interpretare in senso diverso questo articolo della costituzione vuol dire attribuire un valore morale (e quindi oggettivo) alla parola “naturale”. Un’accezione moralistica della legge che è stata superata con la Rivoluzione francese.
C’è però un altro fattore, molto più importante, che riguarda la dignità calpestata, i diritti negati e una cittadinanza non compiuta. Sentimenti che accompagnano ogni giorno milioni di omosessuali italiani. Mentre nel resto del mondo, seppur tra difficoltà e resistenze, i diritti degli omosessuali vengono riconosciuti e ratificati dai Parlamenti (gli ultimi, in ordine cronologico, a istituire i matrimoni gay sono stati l’Uruguay e la Francia), qui in Italia ci sono rappresentanti delle istituzioni che lavorano per una società più chiusa, divisa, con cittadini di serie A e di serie B. Politici o, come in questo caso, amministratori locali che credono di “far progredire” la nostra società limitando il diritto alla felicità e all’autodeterminazione di milioni di persone che dovrebbero rappresentare. Un atteggiamento che in questi anni ha creato un clima da caccia alle streghe nei confronti degli omosessuali, che trovano spazio sui media nazionali solo dopo episodi di violenza o intimidazione nei loro confronti.
Come può uno Stato lasciare indietro un pezzo di sé, non preoccuparsi che una parte della società del presente e del futuro non riesce a sentirsi cittadino a tutti gli effetti? Come è possibile trattare questo argomento con tale superficialità e sufficienza, mettendo davanti a tutto la propria morale e le proprie convinzioni etiche, manco vivessimo ancora nell’Italia feudale dell’alto Medioevo? Come può la politica italiana continuare a far finta di niente, limitandosi a dichiarazioni di facciata? 
Le dichiarazioni del vicesindaco poi, stridono profondamente con la storia civica di Condove. Una comunità che ha dato tanto alla guerra di Resistenza e che é stata in prima linea in battaglie importanti come la lotta agli armamenti o il riconoscimento dell'obiezione di coscienza. Una comunità aperta al prossimo senza nessuna preclusione, convita che le diversità rappresentano sempre una risorsa importante e non un ostacolo.
Il mio vicesindaco si chiede come può una società progredire se riconosce i matrimoni gay. Io, che di questa società faccio parte, mi chiedo invece dove crediamo di andare se impediamo alle persone di amarsi.  

16 maggio 2013

I villaggi Potëmkin e l'Italia che verrà

L'unica cosa che ha convinto tutti questi cantori del declino è la consapevolezza della loro assoluta mancanza di talento». Nel corso della sua storia recente, l'Italia ha superato crisi ben più gravi di quella attuale. La generazione dei nostri nonni si è trovata a dover ricostruire il Paese dopo una guerra mondiale. Quella dei nostri padri ha vissuto una stagione nella quale la violenza degli opposti estremismi ha messo a repentaglio la tenuta stessa delle istituzioni democratiche. Ne siamo usciti ogni volta a testa alta. Con un Paese più solido, più prospero e più civile. Oggi ci troviamo di nuovo di fronte a un bivio. Una stagione politica si è chiusa senza meritare neppure l'onore delle armi: il ventennio della Seconda Repubblica ha narcotizzato l'Italia mentre il resto del pianeta si trasformava a ritmi sempre più vertiginosi. Adesso è il momento di decidere che Italia vogliamo. Un Paese che si rassegna alla spirale del lento declino perché ne ha viste troppe e non crede più in nulla. Oppure un'Italia che ha ancora davanti a sé i suoi giorni migliori, una nazione giovane – in confronto ai venerabili Stati che ci circondano – che deve ancora realizzare il vero potenziale del suo stare insieme. La nostra convinzione è che oggi la maggioranza degli italiani, di tutte le età e di tutti gli orientamenti politici, voglia il cambiamento. Le resistenze, beninteso, esistono. Ma questo è uno dei rari momenti nei quali il desiderio di svoltare pagina è più forte di quello di conservare l'esistente. A patto di voler davvero uscire dal villaggio e dalle sue logore scenografie, senza avere più paura".

Le ultime righe di un bellissimo pezzo di Andrea Romano e di Giuliano da Empoli, uscito sull'ultimo numero di IL, una rivista che vi consiglio di cuore.

15 aprile 2013

Ci voleva Matteo Renzi

Cioè un credente convinto, uno scout, un uomo formatosi nell'associazionismo cattolico.
Ci voleva lui per denunciare questa querelle ipocrita sul "Presidente cattolico" che sa tanto di mercanti nel tempio.
Lo ha fatto con una bella lettera a Repubblica dove scrive, tra le altre cose: "Mi sembra gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese", "  politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c’è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale. Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità. Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente.
Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti".
Poi qualcuno spieghi a questi "cattolici impegnati" che gli sono andati dietro per convenienza, per inseguire una sedia, per salire sul carro del vincitore, perchè, come hanno spiegato anche me "provenienti dalla stessa storia" (ma quando? ma dove? ma cosa state dicendo?) che a sto giro hanno sbagliato cavallo. Ma di brutto anche.
E che la loro giostra, fortunatamente, sta facendo l'ultimo giro.
Al passato grazie, al futuro sì.