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24 aprile 2015

Il mio Juve-Real

Quella sera del 14 maggio ero in Nord, come sempre.
Arrivai allo stadio prestissimo, credo poco prima delle 19.
C'era ancora il sole alto, l'odore dell'erba tagliata e bagnata da poco.
Si stava benissimo, come si sta in quelle sere di primavera appena inoltrata che sanno già un po' d'estate.
Quelle sere che, nel calcio, significano partite che contano. Partite che giocano quelli che sono arrivati in fondo e che hanno una storia tutta loro.
Io non vedevo l'ora che si iniziasse a giocare, ma ricordo benissimo che mi son goduto l'attesa del calcio d'inizio secondo per secondo. Seduto sul mio seggiolino, guardandomi intorno, chiaccherando con gli amici che erano con me.
Vedemmo il Delle Alpi riempirsi pian piano, così come pian piano saliva la nostra tensione.
Arrivarono i tifosi del Real, tantissimi e tutti caldi come il fuoco.
Verso le 20 entrò in campo la Juve, per il riscaldamento. Alla spicciolata, con concentrazione ma anche leggerezza. Ad accogliere i nostri, un boato pazzesco e un urlo solo: "Juve, Juve, Juve!".
Poco dopo, mentre tutto lo stadio stava ancora cantando, entrò il Real. Tutti insieme, tutti bianchi, carichissimi. Giuro, per un paio di secondi scese il gelo. Un gelo rotto subito dai nostri fischi e dalle urla dei tifosi madridisti. Erano tutti lì. Erano i galactios. Facevano paura. Hierro, Raul, Figo, Ronaldo, Morientes, Roberto Carlos, Guti, Cambiasso.
E poi Zinedine Zidane. Il nostro, Zinedine Zidane.
Pochi minuti dopo la partita iniziò, e sapete tutti come andò a finire.
I gol sotto la Nord di quei DelPieroTrezeguet che sembra quasi il nome di un giocatore solo per quante volte son finiti insieme sul tabellino. Un rigore pazzesco parato da Buffon, ancora sotto di noi. E poi l'apoteosi Nedved. Una stagione stellare che in 10' toccò il suo punto più alto e poi quello più basso. Un gol pazzesco da fuori area e quel giallo che gli precluse la finale e che, di fatto, sancì la nostra sconfitta in quella Champions dominata. Era la nostra certezza. Quell'anno con lui si vinceva, senza di lui non c'era nulla da fare. E infatti a Manchester, non ci fu nulla da fare.
Quel Juve-Real 3-1 (che si deve leggere tutto di un fiato) è stata l'ultima semifiinale di Champions della Juve e probabilmente una delle partite più belle della sua lunga storia.
Non credo che questa semifinale finirà così. Anzi, credo che dobbiamo viverla per quello che è. Una partita importante contro una squadra fortissima.
Bisogna crederci ma non illudersi.
La bellezza starà però in quel clima di attesa, di tensione, di voglia di giocare. Starà nel sole che va via mentre lo stadio si riempie e nell'odore dell'erba appena tagliata. Starà nella gioia di vivere di nuovo da protagonisti un momento di grande sport.
   





15 agosto 2014

Domani ricomincia la Premier

Il campionato di calcio più ricco, seguito e soprattutto combattuto al mondo. 
Sì perchè se la scorsa stagione se la sono giocata fino alla penultima giornata Manchester City, Liverpool e Chelsea, quest'anno credo che a contendersi la coppa con la corona saranno almeno cinque/sei squadre.
Il City avrà il dovere di difendere il titolo, ma dubito ci riuscirà. La campagna acquisti praticamente non si è vista, Hart inizia a non essere più quella gran garanzia tra i pali mentre davanti i vari Dzeko, Aguero, Fernandinho, Nasri e Negredo sono collaudati ma forse un po' prevedibili. L'unica novità; l'arrivo di Frankie Lampard per sei mesi, cosa che ha fatto infuriare non poco i tifosi del Chelsea.
Il Liverpool l'anno scorso si è letteralmente mangiato il titolo, nonostante aver giocato a lungo il miglior calcio d'Inghilterra e aver avuto in rosa un certo Luis Suarez. Ecco, quest'anno l'uruguaiano (31 gol in 38 partite + una quindicina di assist) giocherà per il Barcellona, e credo che già questo dica molto. Degli oltre 90 milioni incassati ne son stati spesi 30 per Lallana, 25 per Lovren e 7 per Lambert (facendo ricco il Southampton visto che tutti e tre provengono dai Saints), un centrocampista, un difensore e un attaccante classe 1982. Insomma, il progetto sembra chiaro. Stagione di assestamento e di crescita, puntando tutto sui due fenomeni Sturridge e Sterling. Io farò il tifo per loro, ma credo che l'obiettivo più ragionevole sia entrare in Champions piuttosto che vincere il campionato.
Le favorite a mio avviso sono altre. E cioè, nell'ordine, Chelsea, Manchester United e Arsenal.
Ai blues piace vincere facile. Specialmente a Mourinho. Dopo l'abbuffata europea delle ultime due stagioni l'anno scorso i londinesi si sono persi per strada a fine stagione. Fuori dalla Champions in semifinale e fuori dai giochi Premier alla penultima giornata. Quest'anno però la rosa a disposizione dello Special One non ammette fallimenti. Courtois in porta, Filipe Luis dietro, Fabregas in mezzo al campo, Diego Costa e Drogba davanti. In più, i soliti Hazard, Oscar, William, Schurrle, Ramires, Torres, ecc, ecc. Insomma, a leggere i nomi non ci dovrebbe essere partita (al netto dei dubbi che ho su Diego Costa e su Fabregas, il primo sopravvalutato, il secondo in crisi), ma credo che il maestro di Mourinho, Luis Van Gaal, non sia salito all'Old Trafford per farsi una scampagnata. La rosa dello United non ha ricevuto scossoni significativi, a parte gli inserimenti di Shaw, Herrera e Anderson, ma il cambio di allenatore credo sarà decisivo. Con il tridente Van Persie-Welbeck-Rooney poi sognare è legittimo.
Occhio però anche all'Arsenal. I biancorossi hanno ritrovato fiducia e soprattutto una coppia Ozil-Cazorla che in mezzo al campo fa un po' quello che vuole. Se poi ci mettiamo anche il neo campione del mondo Podolski, l'acquisto dell'estate Alexis Sanchez, i due baby fenomeni Wilshire e Ramsey ma soprattutto il 3-0 con cui ha liquidato il City in Community Shield la dice lunga sulla fame dei gunners.
Oltre a queste cinque, occhio al Tottenham e all'Everton, che non vinceranno la Premier ma credo possano diventare degli "arbitri" molto severi in certi scontri diretti.
E niente. Fate come me. Divertitevi!

19 giugno 2014

Triste, solitario y final

Le due sberle che ieri sera il Cile ha rifilato alla Spagna chiudono ufficialmente un'era calcistica credo irripetibile.
Prima della Spagna pigliatutto, solo la Germania di Mueller e Beckenbauer  Francia di Bartez, Descahamps e Zidane erano riuscite a infilare consecutivamente la coppiata Mondiale-Europeo. Le furie rosse han fatto meglio, portandosi a casa due titoli continentali.
A esser sincero, non mi sorprende più di tanto che la Spagna torni a casa.

Perchè le squadre condannate a vincere difficilmente poi ci riescono.
Perchè per un gruppo che ha vinto tutto almeno un paio di volte, sia con i club, sia in nazionale, la difficoltà sta nel cercare sempre stimoli nuovi.
Perchè un modello di gioco dura un paio d'anni, al massimo tre, poi gli avversari prendono le misure. Gli spagnoli son stati dei fenomeni a tirare avanti per oltre cinque.
Perchè le scelte di del Bosque sono state dettate dalla riconoscenza e non dal merito, dall'impossibilità di lasciare a casa giocatori con le pile scariche sacrificando chi (vedi Llorente) qualcosa in più poteva dare.

La sorpresa vera però è stato il modo in cui la Spagna è stata eliminata. In due partite, sette gol subiti e solo uno fatto (su rigore, probabilmente regalato), sempre fuori giri, mai in partita, spaesati e un po' spacconi. Con Xavi fatto fuori dallo spogliatoio (pare) e Diego Costa inesistente e fuori dagli schemi.
Anche la Francia campione del mondo uscì al primo turno di Giappone-Corea 2002, sorpresa dalla freschezza del Senegal e frenata da pali e traverse contro Uruguay e Danimarca.
Anche noi in Sudafrica facemmo una delle peggiori figure della nostra storia, uscendo subito anche se inseriti nel girone più modesto di sempre. Due pari e una sconfitta e tutti a casa.
Due eliminazioni però diverse. Clamorose sì, ma più incerte, decise all'ultima gara e non alla fine del primo tempo del secondo match. Qui invece il tonfo è totale.
E credo che, tutto sommato, sia una buona notizia anche per noi.
Perchè dopo una settimana di partite qualche riflessione la si può sa già fare.
Ovviamente mi hanno impressionato l'Olanda e la Germania.
E se la Germania, se non incontra noi, può arrivare in fondo ad ogni competizione a cui partecipa (non so come facciano ma è così...), gli orange mi hanno impressionato soprattutto per la gara di ieri. Perchè rimontare non è mai facile; serve molta lucidità e molta convinzione e gli olandesi hanno dimostrato di avere queste doti unite ad una gran fame. Chi poi si aspettava una nazionale Robben-Van Persie dipendente si è sbagliato. Perchè se i gol li hanno fatti loro, è anche vero che ci sono alcuni giovani molto molto interessati, vedi Blind, de Vrij e Depay.
Queste due secondo me, ad oggi, sono le favorite. 
Occhio poi alla Francia, che viaggia a fari spenti ma tra Pogba, Valbuena, Cabaye, Varane e Benzema è una corazzata mica da ridere, così come il Belgio di Hazard, Mertens, Lukalu, Kompany, Courtois, ecc, ecc. 
L'Argentina ha stentato un po', ma se davanti hai Aguero, Higuain, De Maria e il miglior giocatore di sempre, qualche possibilità seria ce la devi avere per forza. Le stesse che ha il Brasile, che gioca in casa, che ha Neymar, Oscar e Dani Alves ma che ha confermato un sospetto che avevo da qualche tempo: non è uno squadrone, e non credo possa arrivare fino in fondo.
E poi? E poi ci siamo noi.
Perchè ai mondiali ci trasformiamo, perchè possiamo giocare in modi diversi a seconda degli avversari, perchè Balotelli con la maglia azzurra addosso è un fenomeno, perchè Prandelli sa come si gestisce un gruppo e perchè non abbiamo nulla da perdere.   
La gara di domani dirà molto. Il Costa Rica è una squadra giovane, veloce, brillante, abituata al clima caraibico, carica a mille dopo la vittoria con l'Uruguay. Se vinciamo, passiamo il turno e ci ritagliamo qualche giorno senza stress, almeno fino agli ottavi.
  





  

6 maggio 2014

Il punto sulla Premier, che è quasi decisa

Ieri sera il Liverpool ha buttato via una Premier che fino a due settimana fa sembrava dietro l'angolo. Lo 0-3 in casa del modesto Crystal Palace, a 10' dalla fine, si è trasformato in un 3-3 incredibile, con Suarez e Gerrard raggelati in mezzo al campo, con la maglia sulla faccia.
Proprio Gerrad, il capitano coraggioso che non ha mai vinto il campionato, quello del successo sul City nel giorno della tragedia di Hillsborough (lui perse un cugino) e del discorso alla squadra in mezzo al campo.
Quello che scivola nella sfida contro il Chelsea e permette ai blues di andare avanti poco prima dell'intervallo. Ecco, forse la Premier i Reds hanno iniziato a perderla lì. Forse ieri sera già sapevano che sarebbe finita male. Forse il cuore già sapeva che i nervi stavano saltando. A guardare gli occhi di Gerrard mentre entrava in campo, forse si intuiva che sarebbe finita male.
In mezzo a tutto questo, il solito giro di corsi e ricorsi che solo lo sport può regalare: Mourinho che perde 1-0 in casa del Crystal Palace e si autoelimina dalla corsa per il campionato, salvo poi battere il Liverpool lanciatissimo che salta definitivamente proprio contro il Palace (di nuovo loro). Un triangolo incredibile che sembra premiare il Manchester City, che rispetto ai Reds ha un punto in meno ma anche una partita in più da giocare.     
In pratica, il Liverpool non è più padrone del suo destino. Deve vincere sabato contro il Newcastle e sperare che il City perdano punti mercoledì contro l'Aston Villa e sabato contro il West Ham.
La vedo complicata. Anzi, mi sa che la Premier resterà a Manchester cambiando solo sponda.
Io però un po' ci spero ancora, e anche se conta niente sabato tiferò hummers!  

13 aprile 2014

Una partita particolare: Liverpool-Manchester City

Oggi pomeriggio ad Anfield Road, lo stadio del Liverpool, i Reds affonteranno il Manchester City di Pellegrini. Una partita importantissima per l'esito finale di questa stagione di Premier. A cinque giornate dalla fine del campionato Il Liverpool è in testa con 74 punti, due in più del Chelsea (che nelle ultime due gare sembra aver mollato un po') e quattro in più dei Citizen, che però hanno due partite in meno.
In pratica, se il Liverpool dovesse vincere andrebbe a +7 dal City, con il vantaggio dello scontro diretto, e metterebbe una seria ipoteca sul titolo. I Reds devono ancora giocare in casa contro il Chelsea, tra due settimane, ma sperano che per quel giorno i giochi siano già fatti.
Credo che a Liverpool la speranza e la paura siano ormai una cosa sola, con  i tifosi di Anfield che sanno di essere a un passo dalla meta, ma sanno anche che le due concorrenti venderanno cara la pelle. Sarebbe un successo meritatissimo e liberatorio, visto che il Liverpool (che è la squadra inglese che ha vinto più titoli europei) non vince il campionato dalla stagione 1989-90. Una vita fa, quando la Premier League non esisteva neanche e la serie A inglese si chiamava ancora First Division.
Fu un anno particolare, quel 1989, che si intreccia con la partita di oggi e che la rende così speciale al di là delle ragioni di classifica.
Il 15 aprile 1989, allo stadio di Hillsborough di Sheffield era in programma la semifinale di ritorno di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest. Ai tifosi del Liverpool venne assegnata una curva poco capiente, tant'è che si riempì molto in fretta, lasciando gran parte degli spettatori fuori dalla stadio. Dopo qualche minuto di protesta e di spintoni, la polizia decise di aprire un altro cancello che portava alla curva destinata ai tifosi dei Reds, che iniziarono ad accalcarsi uno contro l'altro, generando prima confusione, poi vero e proprio panico. I tifosi iniziarono a premere contro le recinzioni che separano la curva con il campo, tentando di scavalcarle, ma la polizia, che non aveva capito cosa stava succedendo, caricò i tifosi ricacciandoli in curva. Solo dopo sei minuti la partita venne interrotta e ai tifosi fu concesso di invadere il campo.
Quando la curva iniziò a svuotarsi, tutti i presenti allo stadio si resero conto di quello che era successo. Nella calca avevano perso la vita 96 tifosi e oltre 200 erano rimasti feriti.
Nei giorni successivi la polizia locale e la stampa accusarono i tifosi di esser stati  i responsabili della strage, con il Sun arrivò addirittura a scrivere che alcuni tifosi derubarono i cadaveri dei loro compagni.
La reazione di tutta Liverpool fu veemente. L'orologio della Kop, la curva storica di Anfield, da quel giorno è bloccato alle 15:06, ora della sospensione della partita, mentre ogni 15 aprile i tifosi Reds vanno allo stadio con una pagina del Sun stampata ad arte per chiedere il boicottaggio del giornale e le scuse ufficiali per quanto scritto. Inoltre, fuori da Anfield, è stato costruito un monumento che ricorda le 96 vittime, 70 delle quali avevano meno di 30 anni.
Dopo anni di indagini, nel settembre del 2012 la commissione d'inchiesta voluta dal governo consegnò al premier Cameron le sue conclusioni. Il Primo Ministro chiese ufficialmente scusa ai tifosi del Liverpool, ammettendo che la colpa di quella strage fu della disorganizzazione nella gestione delle curve, della polizia che caricò i tifosi, ritardò l'arrivo dei soccorsi e fece pressioni sulla stampa per nascondere le sue responsabilità.
Oggi il Liverpool ha la possibilità di mettersi in tasca un pezzo consistente di Premier League e lo può fare davanti ai suoi tifosi, nel week end in cui vengono commemorati le 96 vittime di Hillsborough. Il Liverpool ha chiesto e ottenuto di poter iniziare la partita non alle 14.30 ma alle 14.37, sommando i sei minuti che ci vollero allora per sospendere la partita al minuto di silenzio in ricordo delle vittime.
E' chiaro che non sarà una partita come le altre, quella di oggi tra Liverpool e Manchester City, così come è chiaro che, tra cinque settimane, a me piacerebbe molto che fossero Steven Gerrard e compagni a diventare campioni d'Inghilterra.



29 maggio 2013

1985-2013. Per non dimenticare l'Heysel

Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, si è giocata la finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus.
Prima dell'inizio della gara, un gruppo di hooligans inglesi attaccò i tifosi italiani, provocando il crollo di un pezzo di una gradinata dello stadio sotto cui rimaserò uccisi 39 tifosi.
La partita venne fatta giocare lo stesso, con molto ritardo, tenendo i giocatori delle due squadre all'oscuro della gravità di quello che era successo.
Vinse la Juve, con un rigore inesistente realizzato da Platini.
La storia siamo noi ha realizzato uno speciale per ricordare quella disgrazia che resta, ancora oggi, uno dei momenti più tragici della storia del calcio europeo.  

16 maggio 2013

La maledizione di Guttmann

Ieri sera il Benfica ha perso l'Europa League, superata al 93' dal Chelsea che, dopo aver giocato una partita mediocre, si è portata a casa il trofeo grazie ad un gol di testa di Ivanovic.
Per il Benfica è la seconda beffa nei minuti di recupero in tre giorni. Domenica infatti, nella penultima giornata di campionato, aveva perso 2-1 contro il Porto al 92', perdendo gara, testa della classifica e molto probabilmente anche il campionato. Due brutti colpi, anche se la sconfitta di ieri sera all'Amsterdam Arena è quella che fa più male e che inquieta sempre più i tifosi delle Aguias. Centrano un allenatore ungherese, dei soldi e un maledizione lunga 51 anni.
Bela Guttmann era un ebreo ungherese, che dopo una discreta carriera da giocatore divenne famosissimo come allenatore per le sue vittorie, per il suo caratteraccio ma soprattutto per i suoi metodi di gioco rivoluzionari. Siamo alla fine degli anni '50, e dopo aver allenato il Milan, il San Paolo e il Porto, Guttmann passa al Benfica. A Lisbona trova una squadra giovane e affamata, giocatori come Joaquin Santana e Jose Aguas e una società che gli lascia carta bianca. Guttmann rivoluziona i metodi di allenamento, puntando molto sulla parte atletica, sugli schemi di gioco (s'inventa il 4-2-4), sui movimenti senza palla, sulla preparazione psciologica del calciatore. Tutte cose per noi ovvie ma che all'epoca suonavamo quasi come un'eresia (leggetevi "Storia delle idee del calcio", di Mario Sconcerti. Vi si aprirà un mondo). Con Guttmann il Benfica vola in Portogallo e in Europa, dove riesce a vincere due Coppe dei Campioni consecutive, nella stagione 1960-61 e in quella 1961-62. Nella stagione 1961-62 esplode il fenomeno Eusebio, talento purissimo voluto dallo stesso Guttmann dopo averlo visto in un torneo giovanile. Finita la stagione però, i rapporti tra il tecnico ungherese e la società si deteriorano. Guttmann vuole un aumento di stipendio che il presidente dell'epoca non gli concede. Per tutta risposta Guttmann saluta tutti sbattendo la porta e lanciando la famosa maledizione: "Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte Campione d'Europa, e senza di me il Benfica non vincerà mai più una Coppa dei Campioni". Bene, dal 1961 il Benfica ha raggiunto una finale internazionale otto volte, ed è sempre tornata a Lisbona con la medaglia d'argento al collo. Nel 1962-63 perde sia la Coppa Intercontinentale (contro il Santos di Pelè), sia la Coppa Campioni (2-1 per il Milan), sconfitta bissata nel 1964-65 contro la grande Inter di Herrera (1-0). Perde un'altra Coppa dei Campioni nel 1967-68, travolta 4-1 dal Manchester United, mentre nel 1982-83 perde la Coppa Uefa nella doppia sfida con l'Anderlecht. Nel 1987-88 e nel 1989-90 è ancora la Coppa dei Campioni a sfuggirgli di mano in finale, la prima volta contro il PSV ai calci di rigore, la seconda volta ancora per mano del Milan, castigata da Rijkaard. La sconfitta di ieri sera quindi è solo l'ultima della serie.
Si dice che prima della finale persa contro il Milan nel 1990, Eusebio sia andato sulla tomba di Guttmann per pregarlo di spezzare la maledizione. Non sembra però averlo convinto. L'unica cosa che può consolare i tifosi portoghesi è che, calendario alla mano, metà della maledizione se n'è andata. Dovranno aspettare "solo" altri 49 anni per vincere qualcosa.
 

3 aprile 2013

Una partita e un libro

Sto leggendo questo libro di Mario Sconcerti, molto interessante sia dal punto di vista calcistico, sia dal punto di vista "culturale". In un Paese come il nostro, che senza il pallone non ci può stare, tutto il movimento calcistico pecca ancora oggi di un grande provincialismo e di un gap di infrastrutture, programmazione e visione d'insieme che fa spavento. Un vero e proprio specchio dell'Italia.
Vedendo Bayern-Juve mi son tornate in mente molte delle pagine lette in questi giorni.
Perchè se è vero che la partita di ieri sera è iniziata male ed è finita peggio, con una Juve mai in partita, impaurita e quasi arrendevole, scarica di testa prima ancora che di gambe, è anche vero che ambire ad essere tra le quattro squadre più forti del mondo (perchè così è) non basta più dominare a casa propria, comprare qualche buon giocatore ogni tanto e sperare nei sorteggi.
Al di là della singola partita sono tante le riflessioni da fare.
Bisogna avere luoghi adatti dove giocare e dove monitorare, selezionare e far crescere i propri campioni (guardate l'età media del Bayern). Bisogna attrarre investimenti per potersi permettere una visione un po' più lunga ma soprattutto un po' più "ampia", cioè guardare cosa capita al di là delle Alpi, senza paura di farsi contaminare e di cambiare le proprie convinzioni.
E non è solo una questione di business, è anche una questione tecnica e tattica. In Inghilterra, Spagna e Germania non solo girano più soldi, ma girano anche più idee. Si gioca un calcio diverso. Loro vincono. Noi no. Ci sarà un perchè.
Credo che la Juventus sia la società italiana in questo momento più all'avanguardia e che Conte sia l'allenatore più innovativo che abbiamo, ma è evidente che non basta ancora.
Italia contro resto del mondo è divertente se si gioca a piedi nudi in spiaggia con gli amici.
Nella realtà si rimediano solo brutte figure.  

28 marzo 2013

Bella Francè!

Oggi Francesco Totti festeggia vent'anni con la maglia della Roma. Un tempo incredibile, una fedeltà commovente.
Un campione di quelli che ne vengono fuori uno ogni venti-trent'anni.
La Gazzetta dello Sport lo ha voluto celebrare con un'intervista a 360°, ricca di aneddoti, riflessioni e immagini di un calcio che oggi può sembrare lontanissimo ma che io ho in mente come se fosse ieri (perchè alla fine, 30 anni, son pochi solo per far politica...).
Non so cosa passi per la testa a Totti. Credo però di sapere cosa stiano vivendo i tifosi romanisti.
In massa allo stadio o davanti ai televisori, sanno bene che lo spettacolo è agli sgoccioli. Le punizioni, gli assist, i rigori, il pollicione in bocca son momenti da godersi fino in fondo, consapevoli che tra non molto calerà il sipario.
Lo so bene perchè l'ho vissuto io l'anno scorso, quando tra i "no comment" e i "vedremo" si sapeva benissimo che sarebbe stata l'ultima stagione di Del Piero alla Juve. Lo sapevamo perchè i gol con la Roma, con la Lazio o con l'Atalanta all'ultima di campionato avevano un gusto diverso. Ogni volta che Ale entrava in campo, tirava una punizione o faceva un passaggio, a me prendeva un po' di malinconia e anche di rimpianto.
Mi rendevo conto che si stava chiudendo un'epoca sportiva ma, sembra stupido, anche una fase della mia vita, come scrissi qui in quei giorni.
Oggi Francesco Costa, romanista sfegatato, si pone la stessa domanda. E dopo?
Dopo sarà strano ma bello. Dopo ci si guarda indietro e ci si accorge di essere un po' meno bambini e un po' più uomini.


    

22 marzo 2013

Stasera, Croazia-Bosnia

Questa sera a Zagabria si gioca Croazia-Serbia. E' la prima volta che le due nazionali s'incontrano dopo la fine della guerra, delle pulizie etniche e dai crimini commessi dagli uomini di Milosevic. 
In questi casi si dice che tanto "è solo una partita di pallone", ma è chiaro che non è così.  
Oltre vent'anni fa, la prima manifestazione di violenza che portò alla guerra si verificò proprio durante una partita di calcio, un Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado che finì con i tifosi in campo a prendersi a pugni e a bastonate tra di loro, e con Boban che ruppe la mascella a un poliziotto che lo stava manganellando.
Dopo anni di relativa calma, di ricostruzione e di timido sviluppo, la crisi sta colpendo anche i balcani, alimentando il ritorno di estremismi, rancori, ingiustizie e soprusi. L'Uefa ha detto che non tollererà violenze o manifestazioni xenofobe, e lo stesso presidente croato si è mosso per stemperare i toni.
Il clima non è dei migliori, ma l'auguro è che la storia, dopo oltre vent'anni, chiuda il suo cerchio nello stesso luogo in cui la tragedia dei balcani è iniziata.   

29 gennaio 2013

Milan, milan, sempre con te!

Politiche 2001: Rui Costa.
Amministrative 2002: Rivaldo.
Politiche 2006: Gilardino.
Politiche 2008: Ronaldinho.
Amministrative 2009: non si vende Kakà.
Vinte le amministrative 2009: Kakà al Real Madrid.
Politiche 2013: Balotelli.
Campioni che arrivano per recuperare voti, campioni che arrivano per ringraziare dei voti presi, campioni venduti perchè le balle costano, tanto.
La stesso show da vent'anni a questa parte, con gli stessi trucchi e lo stesso mago. Una roba da sbadiglio multiplo, se non fossimo in Italia. Qui c'è solo da preoccuparsi.
Una cosa mi colpisce. Da Rui Costa a Balotelli. Da uno che giocava con la testa a uno che pensa con i piedi.
Un decadimento totale.

9 dicembre 2012

Storie di calcio nella storia del calcio


Come alcuni di voi sanno, da oltre un mese sto seguendo un corso di giornalismo 2.0 tenuto da Luca Sofri. Alla fine dell'ultima lezione, Sofri ci ha dato un compito da fare a casa: un breve testo, con taglio giornalistico, secco e senza fronzoli, raccontando una storia a nostro piacimento.
Ieri sera ho visto che Messi ha battutto il gol di Müller, uno di quei calciatori che non ho mai visto giocare ma i cui numeri mi hanno sempre impressionato.
Ispirato, ho scritto questa piccola biografia del primo vero e proprio bomber della storia del calcio.
    
 
Con la doppietta realizzata contro il Betis Siviglia nell’ultimo turno della Liga spagnola, Lionel Messi, fuoriclasse del Barcellona, ha stabilito un nuovo record personale, diventando il calciatore che ha segnato più gol in un anno solare, ben 86 centri. Nella sua ancora breve carriera (ha solo 25 anni), Messi ha già infranto diversi record, come aver segnato cinque gol in una sola partita di Champions League o aver vinto per quattro anni consecutivi la classifica cannonieri del torneo continentale. Messi inoltre vince ininterrottamente il Pallone d’Oro dal 2009 e anche quest’anno si giocherà la vittoria finale. Se dovesse superare il suo compagno Andres Iniesta e il suo grande rivale, il madrilista Cristiano Ronaldo, Messi diventerebbe il primo calciatore a vincere per quattro volte il premio di France Football.

Realizzando 86 gol, Messi ha battuto un record che durava dal 1972, realizzato da una leggenda del calcio mondiale, il tedesco Gerhard Müller, che quarant’anni fa si fermò a quota 85.

Müller è stato uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio, vera e propria bandiera del Bayern Monaco e della Germania Ovest. Mentre Messi è un fuoriclasse assoluto, paragonato già più volte al suo connazionale Diego Armando Maradona, Müller ha costruito i suoi successi giocando un’intera carriera sul filo del fuorigioco, segnando gol incredibili per rapidità d’esecuzione e imprevedibilità. Basso e “tarchiatello”, Müller non aveva il fisico da atleta, ma compensava questo deficit con la grinta e una grande esplosività. Con la squadra bavarese ha vinto quattro Meisterschale (letteralmente “piatto dei campioni”, il trofeo che viene assegnato a chi vince il campionato tedesco), quattro Coppe di Germania, una Coppa delle Coppe, tre Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Con la sua nazionale si è laureato Campione d’Europa nel 1972, segnando due gol nella finale vinta contro l’Urss per 3-0 e Campione del Mondo nel 1974, realizzando il gol del decisivo 2-1 nella finalissima contro l’Olanda. Müller ha fatto soffrire anche i tifosi italiani, segnando due gol nella epica semifinale tra Italia e Germania del mondiale messicano del 1970, lo stesso anno in cui vinse il Pallone d’Oro. Ancora oggi Müller è il calciatore che ha segnato più gol nella Bundesliga (365 in 14 stagioni) e con la maglia della nazionale tedesca, con la quale ha realizzato 68 gol in 62 presenze. Giocò gli ultimi anni della sua carriera negli Stati Uniti, imitando il percorso professionale di alcuni grandi calciatori dell’epoca come Pelè, Bettega, Best o il suo ex compagno di squadra Beckenbauer.  

Amatissimo non solo dai tifosi del Bayern, ma da tutti gli appassionati di calcio (in Germania è soprannominato “Der Bomber der Nation”), Müller visse degli anni molto difficili dopo il ritiro. Senza un ruolo attivo nel mondo del pallone, sostituito nei cuori dei tifosi da giocatori come Rummenigge, Matthäus o  Völler, Müller cadde in una lunga depressione che lo portò ad isolarsi e che lo allontanò dalla sua famiglia, tant’è che la moglie lo lasciò. Un abbandono che lo condusse all’alcolismo, come lui stesso ha raccontato in un’intervista: “Ero a Monaco, ma non sapevo cosa fare. Quando non hai un lavoro, la giornata è lunga”. Ad aiutare il grande bomber ci pensarono i suoi ex compagni di squadra, che si rivolsero alla loro seconda famiglia, il Bayern Monaco. Il tecnico di allora, Uli Hoeness, gli offrì aiuto, obbligandolo ad un percorso di disintossicazione. Dopo diversi tentativi non riusciti, Müller si riprese, e tornò ad avere un ruolo nella squadra bavarese, prima con il compito di trovare degli sponsor, poi come osservatore e assistente di campo, infine come guida della seconda squadra del Bayern nel campionato regionale. “Non c’è niente di meglio che stare al Bayern”, ha detto Müller, una volta che ha ripreso la sua vita in biancorosso.