Condove
31 agosto 2011
Le cose maturano. La primavera ha visto il protagonismo dell’ambiente,
del web, dei giovani e delle donne, tutto quello che in questi lunghi
anni non avevamo avuto la fortuna di vedere, se non in piccoli circuiti,
spesso chiusi e dimenticati dai grandi media.
Le cose maturano
spesso a prescindere dalla
politica istituzionale e si rivolgono ad
essa con una grande domanda di partecipazione e una straordinaria
richiesta di ascolto, di attenzione e di misura. Di politica, insomma.
Vogliamo discutere di tutto questo, del futuro del nostro paese e del
Pd insieme a Pippo Civati (Cons.Reg.Lombardia) e Ilda Curti (Ass. Comune
di Torino), protagonisti odierni e "prossimi" del Pd che vorremmo.
Per passare dalla "rottamazione" alla motorizzazione (civile, s'intende)
31 agosto 2011
31 luglio 2011
Operazione Telepass
Operazione Telepass: dalla rottamazione alla motorizzazione (civile)
News da jacopo suppo
La vicenda che in questi giorni ha investito Penati, e con lui
tutto il Pd, dovrebbe servire al gruppo dirigente del partito e a tutti
i suoi iscritti per aprire una discussione seria e rigorosa, cercando
di evitare una difesa d’ufficio tout-court (vedi class action) che
rischia solo di trasformarsi in un boomerang, considerato che le
indagini sono agli inizi.Ma c’è di più. A mio avviso questa vicenda tocca due questioni che in questo paese non sono più rimandabili. Una è il rapporto tra affari e politica, l’altra, sembrerà strano, è quello del rinnovamento della classe dirigente. E mettiamoci in testa una cosa. Sono questioni che ci toccano da vicino, perché le ripercussioni reali ce le becchiamo tutte noi comuni cittadini.
Parlando di rapporti tra affari e politica, è chiaro che, al di là del caso Penati e delle presunte illegalità, c’è un problema di trasparenza grosso come una casa. Un esempio su tutti che mi tocca da vicino. Com’è possibile che in Francia costruire un chilometro di Alta Velocità ferroviaria costi 16,6 milioni di euro, mentre in Italia 62?
È indubbio che chi amministra i territori o fa politica a livello nazionale abbia dei rapporti consolidati con ambienti economico-finanziari. E ci mancherebbe altro. Senza questa connessione la politica sarebbe un ramo secco, incapace di rappresentare dei pezzi importanti del sistema produttivo e di governare la società e le sue dinamiche in maniera credibile. In Italia però, questo rapporto è da sempre propenso alla commistione tra gli interessi economici e quelli dei politici e della politica. Sarà che l’Italia è da sempre il paese dove le relazioni contano più della trasparenza, dove le amicizie contano più del merito e dove, spesso, l’avversità a questi fenomeni si ferma all’indignazione.
Con una situazione del genere non c’è da stupirsi se la politica, e i partiti in particolare, godono di un discredito sempre più dilagante.
E qui che sta la questione del rinnovamento della politica. Questo passaggio è inevitabile per rompere legami ultradecennali, equilibri corporativi, meccanismi di autoconservazione che hanno bloccato il paese e lo stanno portando a fondo. Senza questo cambiamento radicale (e reale, non fatto dai cooptati o da quelli in fila) siamo destinati a un declino sempre più rapido. La prossima Italia passa, come dice Pippo Civati (e lo so che inizio a diventare monotono, ma a dir cose serie sembra rimasto solo lui…), dalla volontà di passare all’azione, dal passare dalla “rottamazione alla motorizzazione civile”, di farsi interpreti con azioni concrete di quel “vento che cambia” che sta diventano un tornado.
La prima proposta è quella di invitare tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti del Pd e del centrosinistra a mettere una semplice firma. Quella per chiedere che anche i parlamentari vengano scelti attraverso le primarie, per ridare un briciolo di dignità, di autorevolezza e di legittimazione a un Parlamento fatto di nominati. Facendo così riattiveremo la partecipazione popolare, metteremo in campo energie nuove, sbloccheremo una politica che non rappresenta quasi più nessuno.
Un’operazione “Telepass” insomma, aperta a tutti quelli che hanno voglia di saltare la coda e mettersi in gioco. Per loro, per il Pd, per tutti noi.
http://www.prossimaitalia.it/news/1294/operazione-telepass-dalla-rottamazione-alla-motorizzazione-civile/
30 luglio 2011
Il libretto arancione
«Se fossi un ragazzo di provincia, dopo aver visto quel
che è successo a Milano, adesso avrei la speranza che succeda anche
nella mia città. Vorrei fare il volontario per un candidato che conosco e
che stimo, e vorrei che il suo comitato elettorale fosse un luogo
aperto in cui tutti possono portare il loro entusiasmo e le loro idee.
Vorrei che il Pd lo capisse, e permettesse ai suoi elettori di
scegliersi i propri candidati a Camera e Senato con primarie aperte e
libere».
L’estate del cambiamento, l’ebook a cura di Pippo Civati e Paolo Cosseddu.
http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/
L’estate del cambiamento, l’ebook a cura di Pippo Civati e Paolo Cosseddu.
http://www.prossimaitalia.it/news/1265/il-libretto-arancione/
24 luglio 2011
Ancora Oltre. Il campeggio del cambiamento. 22-23-24 luglio 2011
Albinea (RE)
22-23-24 luglio 2011
Travolto dal ritorno alla quotidianità, solo ora riesco a buttar giù due righe su quello che mi son portato a casa da Albinea. Non prendetelo come un esercizio di stile. Non è così. Scrivere aiuta a mettere in ordine i pensieri, e dopo questo week end ne ho bisogno.
Credo che ad Albinea il
nostro gruppo di
sognatori/peones/movimentisti/indignados-organizados/demoscazzati, ecc,
ecc, abbia fatto un ulteriore salto di qualità.
Non tanto a livello di contenuti. Quelli c’erano già, sono di qualità e serietà indubbia e il nostro partito, prima o poi, se ne renderà conto. I problemi della mia valle si sono incrociati con quelli dei precari. Il mezzogiorno di fuoco raccontato dagli amici napoletani si accompagna con la necessità di rimettere in moto l’economia, partendo da un fisco più “mobile” e meno “immobile”. Un modo di lavorare che entusiasma e ci aiuta a capire quanta ragione aveva Don Milani quando diceva: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia. Sortirne insieme è la politica”.

Noi abbiamo fatto proprio questo. Stando sul pezzo e sui pezzi (di territorio). Facendo rete dentro e fuori la rete.
Chiamando la cose con il loro nome per riconoscerle, come ci ha detto Ivan, per sostenerle quando ci piacciono e cambiarle quando non ci van bene. Tutto questo lo abbiamo fatto grazie alla passione e alla capacità di Pippo, e lo scrivo senza piangeria. Il post che Paolo ha scritto poche ore fa ci racconta di movimenti lungo l’Arno che non mi piacciono neanche un po’. Gli stessi movimenti che lacerano il centrosinistra e tutto il paese da troppi anni. Pippo invece ha messo in secondo piano il ruolo del politico, rimettendo al centro quello della politica. Ha creato uno spazio dove ognuno di noi non solo ha potuto fare progetti e dare un contributo, ma è anche cresciuto e si è responsabilizzato. Ha fatto l’allenatore e non la prima punta. Sembra una sciocchezza, ma di questi tempi (che durano da circa 20 anni…) non lo è affatto.
Qui
sta il salto di qualità di cui parlavo prima. Questo percorso lo
abbiamo fatto insieme, credendoci e mettendoci del nostro, e tutti
insieme ci siamo resi conto che l’obiettivo ora è cambiato. È ora di
“guidare la macchina e non aggiustare i pistoni”, di passare “dalla
rottamazione alla motorizzazione civile”. Questa consapevolezza è
cresciuta in noi con naturalezza ed entusiasmo (sostenuta dalla qualità
del nostro lavoro), senza che le ambizioni personali (che ci sono, ed è
giusto che ci siano, viste le capacità di molti) prevalessero sul nostro
lavoro e sulle nostre speranze.
L’obiettivo che ci siamo dati non è mica uno scherzo. Cambiare il Pd e, con lui, l’Italia. Forse non ci abbiamo
fatto troppo caso, ma davanti alla svagonata di gnocco fritto che Nico ci ha preparato, ci siamo presi un bell’impegno. Prendiamoci agosto per digerire (a me servirà un mese perché ho esagerato…) e per riprendere slancio. Adesso inizia il bello.
Adesso tocca a noi.
http://www.ciwati.it/2011/07/26/1714/
22-23-24 luglio 2011
Travolto dal ritorno alla quotidianità, solo ora riesco a buttar giù due righe su quello che mi son portato a casa da Albinea. Non prendetelo come un esercizio di stile. Non è così. Scrivere aiuta a mettere in ordine i pensieri, e dopo questo week end ne ho bisogno.
Credo che ad Albinea il
nostro gruppo di
sognatori/peones/movimentisti/indignados-organizados/demoscazzati, ecc,
ecc, abbia fatto un ulteriore salto di qualità.Non tanto a livello di contenuti. Quelli c’erano già, sono di qualità e serietà indubbia e il nostro partito, prima o poi, se ne renderà conto. I problemi della mia valle si sono incrociati con quelli dei precari. Il mezzogiorno di fuoco raccontato dagli amici napoletani si accompagna con la necessità di rimettere in moto l’economia, partendo da un fisco più “mobile” e meno “immobile”. Un modo di lavorare che entusiasma e ci aiuta a capire quanta ragione aveva Don Milani quando diceva: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia. Sortirne insieme è la politica”.

Noi abbiamo fatto proprio questo. Stando sul pezzo e sui pezzi (di territorio). Facendo rete dentro e fuori la rete.
Chiamando la cose con il loro nome per riconoscerle, come ci ha detto Ivan, per sostenerle quando ci piacciono e cambiarle quando non ci van bene. Tutto questo lo abbiamo fatto grazie alla passione e alla capacità di Pippo, e lo scrivo senza piangeria. Il post che Paolo ha scritto poche ore fa ci racconta di movimenti lungo l’Arno che non mi piacciono neanche un po’. Gli stessi movimenti che lacerano il centrosinistra e tutto il paese da troppi anni. Pippo invece ha messo in secondo piano il ruolo del politico, rimettendo al centro quello della politica. Ha creato uno spazio dove ognuno di noi non solo ha potuto fare progetti e dare un contributo, ma è anche cresciuto e si è responsabilizzato. Ha fatto l’allenatore e non la prima punta. Sembra una sciocchezza, ma di questi tempi (che durano da circa 20 anni…) non lo è affatto.
Qui
sta il salto di qualità di cui parlavo prima. Questo percorso lo
abbiamo fatto insieme, credendoci e mettendoci del nostro, e tutti
insieme ci siamo resi conto che l’obiettivo ora è cambiato. È ora di
“guidare la macchina e non aggiustare i pistoni”, di passare “dalla
rottamazione alla motorizzazione civile”. Questa consapevolezza è
cresciuta in noi con naturalezza ed entusiasmo (sostenuta dalla qualità
del nostro lavoro), senza che le ambizioni personali (che ci sono, ed è
giusto che ci siano, viste le capacità di molti) prevalessero sul nostro
lavoro e sulle nostre speranze.L’obiettivo che ci siamo dati non è mica uno scherzo. Cambiare il Pd e, con lui, l’Italia. Forse non ci abbiamo
fatto troppo caso, ma davanti alla svagonata di gnocco fritto che Nico ci ha preparato, ci siamo presi un bell’impegno. Prendiamoci agosto per digerire (a me servirà un mese perché ho esagerato…) e per riprendere slancio. Adesso inizia il bello.
Adesso tocca a noi.
http://www.ciwati.it/2011/07/26/1714/
5 luglio 2011
Alla faccia dei numeri....
Ho letto con interesse il pezzo che qualche giorno fa Filippo Zuliani
ha scritto sulla Tav
(http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/07/01/i-numeri-della-tav).
Tralasciando la parte dove parla dei video di Travaglio (per cui anche
il sottoscritto non ha grande simpatia) e sulle sue dichiarazioni sugli
appalti che neanche io condivido, che mi è sembrata una citazione poco
utile per inquadrare il problema, mi vorrei soffermare sui numeri,
quelli che Zuliani afferma “esser branditi come clave” dai No-Tav.
Numeri che hanno un senso se vengono collocati nella storia ventennale
della Tav in Valsusa. Negli ultimi trent’anni i valsusini hanno
sperimentato la realizzazione di molte opere, più o meno “grandi”
(l’ultima in ordine di tempo, l’autostrada A32 TO-Bardonecchia), con
risultati finali lontani anni luce da una seria ipotesi di sviluppo
“strutturato” dell’economia. Ci tengo anche a dire che la
Valsusa non è mai stata “contro” la ferrovia, tant’è che convive da
oltre 150 anni con un’importante linea internazionale, ma vista
l’assenza di una buona politica infrastrutturale e di sviluppo del
territorio, i suoi cittadini e i suoi amministratori, di fronte
all’ipotesi di realizzazione di una linea ferroviaria aggiuntiva che
avrebbe dovuto togliere i camion dall’autostrada appena costruita, hanno
cercato di capirne qualcosa di più.
Dal tempo della sua costruzione a oggi, la linea che percorre la Valle di Susa è stata oggetto di molti ammodernamenti che hanno dato alla linea attuale una potenzialità di traffico merci annuale pari a 15 milioni di tonnellate. Ad oggi però, transitano sulla linea circa 6-7 milioni di tonnellate di merci all’anno. In questo contesto, nel 1994 il governo francese e quello italiano costituirono una società chiamata Alpetunnel, incaricandola di studiare la fattibilità della costruzione del nuovo tunnel alpino (lungo oltre 50 km). I due governi sottoscrissero un documento che consegnarono alla società in cui si diceva che, qualora lo studio di fattibilità avesse dato esiti positivi, sarebbe stata proprio Alpetunnel la società incaricata per la costruzione dell’opera. Nonostante questo evidente conflitto d’interessi, Alpetunnel consegnò ai due governi uno studio in cui evidenziava l’inutilità della realizzazione di una nuova linea ferroviaria se l’aumento delle merci da trasportare fosse rimasto invariato e se i governi non avessero messo in atto politiche d’incentivazione per il trasporto su ferro. Nel 2001 Alpetunnel venne chiusa e venne creata la Lyon Turin Ferroviaire
In un primo tempo si pensò alla realizzazione di una nuova linea ad alta velocità, che connettesse la rete francese a quella italiana. Ma le verifiche condotte nella seconda metà degli anni Novanta evidenziarono che il traffico passeggeri, molto scarso, non giustificava la costruzione di nessuna infrastruttura dedicata. Ad oggi infatti, Rfi ha sospeso il traffico passeggeri tra le due città che fino a cinque anni fa era garantito da 4 convogli al giorno. Si passò pertanto all’idea di una linea mista, merci e passeggeri, sulla quale far circolare treni navetta adatti al trasporto camion (la cosiddetta “autostrada ferroviaria”), in grado di sfruttare la saturazione dei valichi stradali, la cosiddetta linea ad alta capacità.
Ma anche qui emersero delle incongruenze tecniche. La rete francese infatti è concepita esclusivamente come rete “ad alta capacità”, cioè destinata al traffico passeggeri. Il trasporto delle merci in Francia dunque, può avvenire solo sulle linee ordinarie.
Questi dati non scoraggiarono i promotori dell’opera che, supportati da una volontà politica by partisan, nel 2005 avviano le procedure per l’effettuazione delle campagne geognostiche sul territorio interessato dall’ipotetico tracciato. L’accelerazione dei lavori preparatori allo scavo del tunnel di base determinò gli scontri dell’inverno 2005. Per porre fine ad una situazione insostenibile, il Governo decise di istituire un Osservatorio tecnico, incaricato di esaminare le principali criticità evidenziate dagli Enti Locali della Valle di Susa e della cintura metropolitana. I lavori dell’Osservatorio evidenziarono come la linea fosse lungi dall’essere satura e come le capacità della stessa non sono le medesime da Modane a Torino:
I dati esposti sono stati elaborati dall’Osservatorio Tecnico voluto dalla Presidenza del Consiglio in cui i tecnici designati dalla comunità montana della valle di Susa hanno sempre avuto un ruolo propositivo. Questi dati non hanno fatto altro che confermare i dubbi nei confronti di un’opera che costerebbe circa 25 miliardi di euro, di cui solo poco più di 600 milioni finanziati dall’Unione Europea, e rimarrebbe una cattedrale nel deserto se la sua realizzazione non fosse accompagnata da una politica chiara che veicoli le merci dal trasporto su gomma a quello su ferro.
Alla luce di questi dati, gli amministratori valsusini elaborarono una proposta tecnica chiamata F.A.R.E. in cui si prospettavano una serie d’interventi per migliorare le performance della linea storia, operando “per fasi”, partendo dal nodo di Torino e non dal tunnel. Prima di questo però, chiesero l’inizio di politiche finalizzate al contingentamento del trasporto stradale a favore di quello su ferro. Questa prospettiva, per colpa di equilibri politici interni alle amministrazioni della Valsusa, purtroppo non fu difesa con la necessaria forza e, di fatto, non fu mai presa in seria considerazione.
Come avrete notato, in oltre 20 anni di storia, i protagonisti della storia dell’alta velocità/capacità sono stati molti. L’unica assente ingiustificata è stata la politica, che non ha saputo dare risposte alle domande legittime di un territorio che ha sempre soltanto chiesto di “contare” all’interno di un percorso che lo vede protagonista. Questa ostinata volontà di non volersi confrontare ha portato a una contrapposizione radicale tra il fronte del SI e quello del NO e ha caricato di significati un problema che, prima ancora che politico, è tecnico. A oggi, dopo 20 anni di discussioni, proclami, commissioni e scontri, in valle non è ancora stata posata una traversina, a dimostrazione che la “strategicità” di questa nuova linea ferroviaria, sbandierata da più parti, è un teorema ancora tutto da dimostrare.
L’unico segnale fattoci pervenire dalla politica in questi ultimi 3 anni, sono stati i 300 milioni promessi dal governo per un ipotetico “Piano Strategico per le aree interessate all’alta velocità”. Peccato che quei soldi non siano mai arrivati. La politica dovrebbe incominciare a ragionare non “se” o “come” fare l’opera, ma quali politiche di sviluppo servono all’Italia per potenziare le sue infrastrutture nel rispetto dei territori, utilizzando il denaro pubblico in modo oculato e senza l’utilizzo della forza.
http://www.ilpost.it/2011/07/05/tav-valsusa/
http://www.ciwati.it/2011/07/05/1579/
Dal tempo della sua costruzione a oggi, la linea che percorre la Valle di Susa è stata oggetto di molti ammodernamenti che hanno dato alla linea attuale una potenzialità di traffico merci annuale pari a 15 milioni di tonnellate. Ad oggi però, transitano sulla linea circa 6-7 milioni di tonnellate di merci all’anno. In questo contesto, nel 1994 il governo francese e quello italiano costituirono una società chiamata Alpetunnel, incaricandola di studiare la fattibilità della costruzione del nuovo tunnel alpino (lungo oltre 50 km). I due governi sottoscrissero un documento che consegnarono alla società in cui si diceva che, qualora lo studio di fattibilità avesse dato esiti positivi, sarebbe stata proprio Alpetunnel la società incaricata per la costruzione dell’opera. Nonostante questo evidente conflitto d’interessi, Alpetunnel consegnò ai due governi uno studio in cui evidenziava l’inutilità della realizzazione di una nuova linea ferroviaria se l’aumento delle merci da trasportare fosse rimasto invariato e se i governi non avessero messo in atto politiche d’incentivazione per il trasporto su ferro. Nel 2001 Alpetunnel venne chiusa e venne creata la Lyon Turin Ferroviaire
In un primo tempo si pensò alla realizzazione di una nuova linea ad alta velocità, che connettesse la rete francese a quella italiana. Ma le verifiche condotte nella seconda metà degli anni Novanta evidenziarono che il traffico passeggeri, molto scarso, non giustificava la costruzione di nessuna infrastruttura dedicata. Ad oggi infatti, Rfi ha sospeso il traffico passeggeri tra le due città che fino a cinque anni fa era garantito da 4 convogli al giorno. Si passò pertanto all’idea di una linea mista, merci e passeggeri, sulla quale far circolare treni navetta adatti al trasporto camion (la cosiddetta “autostrada ferroviaria”), in grado di sfruttare la saturazione dei valichi stradali, la cosiddetta linea ad alta capacità.
Ma anche qui emersero delle incongruenze tecniche. La rete francese infatti è concepita esclusivamente come rete “ad alta capacità”, cioè destinata al traffico passeggeri. Il trasporto delle merci in Francia dunque, può avvenire solo sulle linee ordinarie.
Questi dati non scoraggiarono i promotori dell’opera che, supportati da una volontà politica by partisan, nel 2005 avviano le procedure per l’effettuazione delle campagne geognostiche sul territorio interessato dall’ipotetico tracciato. L’accelerazione dei lavori preparatori allo scavo del tunnel di base determinò gli scontri dell’inverno 2005. Per porre fine ad una situazione insostenibile, il Governo decise di istituire un Osservatorio tecnico, incaricato di esaminare le principali criticità evidenziate dagli Enti Locali della Valle di Susa e della cintura metropolitana. I lavori dell’Osservatorio evidenziarono come la linea fosse lungi dall’essere satura e come le capacità della stessa non sono le medesime da Modane a Torino:
- tratta di Alta Valle (da Modane a Bussoleno) à 20-32 milioni di t/anno
- tratta di Bassa Valle (da Bussoleno ad Avigliana) à 18-28 milioni di t/anno
- tratta “metropolitana” (da Avigliana a Torino) à 6-11 milioni di t/anno
I dati esposti sono stati elaborati dall’Osservatorio Tecnico voluto dalla Presidenza del Consiglio in cui i tecnici designati dalla comunità montana della valle di Susa hanno sempre avuto un ruolo propositivo. Questi dati non hanno fatto altro che confermare i dubbi nei confronti di un’opera che costerebbe circa 25 miliardi di euro, di cui solo poco più di 600 milioni finanziati dall’Unione Europea, e rimarrebbe una cattedrale nel deserto se la sua realizzazione non fosse accompagnata da una politica chiara che veicoli le merci dal trasporto su gomma a quello su ferro.
Alla luce di questi dati, gli amministratori valsusini elaborarono una proposta tecnica chiamata F.A.R.E. in cui si prospettavano una serie d’interventi per migliorare le performance della linea storia, operando “per fasi”, partendo dal nodo di Torino e non dal tunnel. Prima di questo però, chiesero l’inizio di politiche finalizzate al contingentamento del trasporto stradale a favore di quello su ferro. Questa prospettiva, per colpa di equilibri politici interni alle amministrazioni della Valsusa, purtroppo non fu difesa con la necessaria forza e, di fatto, non fu mai presa in seria considerazione.
Come avrete notato, in oltre 20 anni di storia, i protagonisti della storia dell’alta velocità/capacità sono stati molti. L’unica assente ingiustificata è stata la politica, che non ha saputo dare risposte alle domande legittime di un territorio che ha sempre soltanto chiesto di “contare” all’interno di un percorso che lo vede protagonista. Questa ostinata volontà di non volersi confrontare ha portato a una contrapposizione radicale tra il fronte del SI e quello del NO e ha caricato di significati un problema che, prima ancora che politico, è tecnico. A oggi, dopo 20 anni di discussioni, proclami, commissioni e scontri, in valle non è ancora stata posata una traversina, a dimostrazione che la “strategicità” di questa nuova linea ferroviaria, sbandierata da più parti, è un teorema ancora tutto da dimostrare.
L’unico segnale fattoci pervenire dalla politica in questi ultimi 3 anni, sono stati i 300 milioni promessi dal governo per un ipotetico “Piano Strategico per le aree interessate all’alta velocità”. Peccato che quei soldi non siano mai arrivati. La politica dovrebbe incominciare a ragionare non “se” o “come” fare l’opera, ma quali politiche di sviluppo servono all’Italia per potenziare le sue infrastrutture nel rispetto dei territori, utilizzando il denaro pubblico in modo oculato e senza l’utilizzo della forza.
http://www.ilpost.it/2011/07/05/tav-valsusa/
http://www.ciwati.it/2011/07/05/1579/
27 giugno 2011
Oltre Civati, anche i Subsonica :)
Cose sensate sulla questione tav..
...tra le altre, sono state espresse sul blog di Pippo Civati (civatisplinder.com).Credo sinceramente che tutti noi avremo bisogno, in merito a questioni così radicalizzate di confrontarci con meno enfasi e adrenalina e con più chiarezza. Se da un lato non possiamo prendere per buono il generico appello al "progresso" soprattutto se i benefici di una grande opera non sono così unanimemente provati, dall'altro non possiamo nemmeno continuare a restare ostaggio dell'estetica del conflitto. Nel prendere posizione ci si trova in un terreno di confronto avvelenato in partenza. Dove parlano le pietre , la retorica del non restare esclusi dal mondo che cresce, gli slogan, forse la preoccupazione per il lavoro che manca , la denuncia di violazioni ambientali in un luogo peraltro devastato dal proprio disordine edilizio prima ancora che da una autostrada. E' sempre facile per chi sta su un palco accendere gli animi stando dalla parte del vento che tira, ma pensiamo come molti che in mezzo a tanto strillare sia sempre più il caso di ascoltare e riflettere. Che è poi quello che ci sforziamo sempre di fare. Buona lettura.
lunedì, giugno 27, 2011
Dal vostro inviato in Valsusa
L'ottimo Jacopo Suppo, insieme con Roberto Della Seta, Antonio Ferrentino, Ivano Fucile, Susanna Preacco e altri, ha sottoscritto questo documento, che mi sento di condividere (anche con voi):
Gli scontri che si stanno verificando in queste ore tra manifestanti No Tav e le forze dell’ordine, dimostrano una volta di più che sull’Alta Velocità Torino-Lione la politica ha fallito.
Crediamo che i fatti che si stanno susseguendo alla Maddalena siano il triste, ma prevedibile, epilogo di una vicenda che il Governo ha gestito con arroganza e superficialità, escludendo dal tavolo politico di maggio gli amministratori contrari all’opera, e che molti esponenti politici, anche del nostro partito, hanno contribuito a inasprire, invocavano l’uso dell’esercito per favorire l’apertura dei cantieri.
Nel ribadire tutti i nostri dubbi di merito sull’utilità dell’opera sentiamo al tempo stesso la necessità di opporre un rifiuto radicale e irrevocabile verso tutti i linguaggi e i comportamenti che in nome del no alla Tav stanno cercando di impedire una dialettica tra le diverse posizioni in campo, o peggio, come è successo pochi giorni fa, stanno scivolando in atti di violenza e intimidazione.
Da questi modi di approcciarsi al problema della Tav noi prendiamo nettamente le distanze.
Per quel che ci riguarda, vogliamo ragionare su cinque punti:
1. Una linea che non serve. Diversi studi, in primis le risultanze dei lavori dell’Osservatorio tecnico, dimostrano che costruire una nuova linea ferroviaria non risolverebbe i problemi trasportistici del nostro paese. Senza un’adeguata politica di trasferimento del traffico merci da gomma a ferro (che oggi non c’è), la nuova linea si trasformerebbe nell’ennesimo episodio di spreco di denaro pubblico, cosa che in questo momento l’Italia non può permettersi.
2. Rilanciamo il Fare. Quello vero però, non quello strumentale che è stato proposto a fine aprile da Mario Virano.
3. Parliamo di percorso “per fasi” e non “a fasi”. Un percorso strutturale e non temporale. Si proceda alla progettazione e realizzazione del nodo di Torino, vera strozzatura dell’attuale collegamento ferroviario Torino-Lione. Questo intervento permetterà di realizzare il Servizio Ferroviario Metropolitano in grado di fornire una risposta importante per un trasporto pubblico nell’interesse di centinaia di migliaia di pendolari.
4. Nessuna compensazione. La vera “compensazione” sono gli interventi previsti dal Progetto Strategico della Provincia di Torino, provvedendo ad un miglioramento della linea storica e a un potenziamento del servizio per i passeggeri. In soldoni, metropolitana fino ad Avigliana. Tutto questo può essere fatto solo con il consenso della popolazione e delle amministrazioni locali.
5. Rispetto per gli accordi del Progetto Strategico per il territorio interessato dal collegamento ferroviario Torino-Lione è il “pacchetto” di proposte e di sviluppo che è stato predisposto con il coinvolgimento dell’intero sistema istituzionale e dalle rappresentanze sociali.
Ovviamente, per tornare a discutere nel merito dell’opera, chiediamo che cessino immediatamente gli scontri e che il Ministro dell'Interno Maroni si faccia carico della gravità della situazione.
C’è poi un’ultima questione, che riguarda la politica con la P maiuscola. Quella che amministra i territori, che affronta i problemi con serietà ma anche con fantasia e con coraggio, che migliora la vita quotidiana delle persone. Che riduce i conflitti e non gioca ad alimentarli utilizzando le forza dell’ordine per aprire i cantieri.
Ancora una volta ci sentiamo di condividere i principi che ispirarono il Fare che, a nostro avviso, è stato caricato di una eccessiva valenza tecnica, tralasciando la sua importanza politica, perdendosi nel mare delle proposte e dei progetti che hanno accompagnato la storia ventennale della Tav. Questa è stata la più grande debolezza della politica della nostra valle. Avere una proposta concreta e credibile e non difenderla con la forza che sarebbe stata necessaria. Anche per un’eccessiva “timidezza” nei confronti delle frange più radicali del “movimento”.
Gli scontri di Chiomonte ci dicono che è giunto il momento di recuperare il tempo perso.
Dobbiamo avere l’ambizione di rilanciare una proposta in grado di cambiare la metodologia di costruzione delle grandi opere pubbliche in Italia e in Europa, coinvolgendo le amministrazioni dei territori coinvolti, tutelando l’ambiente e risparmiando denaro pubblico. Solo così riusciremo a far uscire la Valsusa dall’isolamento politico in cui è piombata e ad affrontare un problema in maniera ragionevole ed efficace.
http://www.subsonica.it/bacheca.asp?ID=1343687&T=D
12 giugno 2011
4 SI per il Bene Comune
Oggi siamo stati al mercato di Condove per volantinare per il referendum in programma il 12 e 13 giugno. 4 SI per il Bene Comune. Per l'acqua pubblica, per una legge che sia veramente uguale per tutti e per una politica energetica diversa e sostenibile.
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